Le dimensioni contano – Parte 33

«Farti togliere cosa?» chiese conferma mia madre.
«Le ovaie», le dissi bruscamente. «Senza quelle, niente ciclo. Niente ciclo, niente viaggi interdimensionali. Niente viaggi interdimensionali, niente che vita demmerda
«Nell’ultimo universo in cui mi trovavo», mi disse. «Eri incinta».
Sollevai le spalle. «Qui sono lesbica», affermai, fidandomi di ciò che era accaduto negli ultimi universi in cui ero stata.
«È la prima cosa che sento», rivelò però mia mamma. «Non ti ho mai conosciuta da lesbica».
Evidentemente non ero la sola a trovarmi disorientata in ogni universo in cui mi risvegliavo. Tuttavia mia madre voleva tornare sulla questione delle ovaie. «Provai come te a farmele togliere, ma nessun medico sembrava intenzionato a farlo. E non potevo certo permettermi una clinica privata».
Era una bugia! Il nostro conto in banca diceva che non solo potevamo permetterci di andare in clinica, ma che potessimo costruirne una tutta nostra, demolirla per capriccio e costruirne una seconda.
In ogni caso lasciai stare. Pretendere sincerità da mia madre era come provare a far esondare una diga pisciandoci dentro.
Nei giorni successivi, la mia idea di farmi espiantare le ovaie venne prevedibilmente disattesa da parecchi chirurghi. Nella mia famiglia non esistevano precedenti di tumori all’utero. Inoltre, almeno apparentemente, non c’era alcun motivo per giustificare un’operazione del genere. Alla fine sentivo ripetere più o meno sempre le stesse parole: “si tratta di un intervento rischioso e invasivo”; “se proprio non vuole avere figli, Signorina, usi i contraccettivi”; “esistono tanti farmaci per controllare l’ovulazione”.
Probabilmente se avessi parlato della mia situazione, se avessi rivelato dei viaggi interdimensionali, se avessi raccontato quanto era frustrante la mia esistenza, forse sarebbe andata diversamente. Ma quale medico mi avrebbe dato retta se avessi affermato che il ciclo mi faceva viaggiare per gli universi paralleli? Pensai nessuno, ma mi sbagliavo.
L’ultimo dottore, il belga settantanovenne Robert Lafitte, conosceva la mia situazione. «Altre due donne, parecchi anni fa, provarono questa strada», disse.
Mi illuminai. Non conoscevo nessun’altra che viaggiava tra gli universi e avrei fatto l’impossibile per conoscere la loro identità. Avrei magari provato a contattarle, incontrarle, parlarci. Ma l’ottimismo a volte rende ciechi molto più di una vita trascorsa ad ammazzarsi di seghe, o di un’intera infanzia trascorsa a terminare tutta la serie di Super Mario Bros affumicandosi le orbite con il NES. Le due donne di cui parlava il medico erano mia madre e mia nonna.
«Non ha funzionato», constatai amaramente. «Hanno avuto me, e viaggiano entrambe», dissi. «Anzi», mi corressi. «Mia nonna viaggiava, dato che oramai è morta».
Il chirurgo sembrò scosso. «Non lo sapevo», disse.
La conosceva, probabile se la fosse scopata; era in buona compagnia però, a mia nonna piaceva il cazzo come ai Bush piacevano i soldi dei sauditi. «Perché con mia madre e mia nonna l’operazione non ha funzionato?»
«Perché si sono tirate indietro», spiegò.
Ecco. Il chirurgo mi fece altre domande sulla morte di mia nonna, ma non gli risposi. Insistette ma mi congedai, anche se solo dopo essermi fatta assicurare che mi avrebbe comunque operata.
Ero felice, ma anche turbata. Diventare madre era stata una priorità per un solo mese in tutta la mia vita, mentre smettere di viaggiare era un desiderio che covavo da più dieci anni; ma c’era una domanda che mi frullava in testa.
«Cosa ti ha convinta a concepirmi?» chiesi a mia madre quando la incontrai per pranzo.
Sorrise, ma non mi rispose. Insistetti, ma vanamente.
«Carina questa canzone», commentò invece all’ennesima fastidioso passaggio per radio di Vieni da Me de Le Vibrazioni. «Tra quanto dovrebbero venirti?» si informò in modo irritante.
Sbuffai. «Tra qualche giorno», le dissi. «Ma saranno le ultime», continuai. «La prossima me troverà tutte le informazioni sul dottor Lafitte».
Mi ero infatti incisa nome e indirizzo del chirurgo belga sull’avambraccio sinistro.
«E credi di risvegliarti in un universo dove Lafitte è vivo?» domandò ancora mia madre. «Non hai ancora capito che non sei tu a decidere?»
Ne avevo abbastanza. Se la mia quotidianità interdimensionale era frustrante, lo era ancora di più chi continuava a ricordarmela in maniera disarmante.
Ero stufa di mia madre. Ero stufa dei suoi silenzi, delle sue omissioni, di quell’atteggiamento del cazzo da maestrina. Al suo posto mi sarei sentita in colpa per avermi messa al mondo, o almeno per non avermi preparata ad affrontare al meglio l’esistenza del cazzo che ero costretta a vivere.
«Facciamo che io e te non ci conosciamo», affermai con rabbia, ma convinta. «Non mi sei mai d’aiuto. E affetto ne percepisco poco. Addio mamma!»
«È tuo nonno!» mi disse all’improvviso.

13 pensieri riguardo “Le dimensioni contano – Parte 33

  1. Tecnicamente si può far esondare una diga pisciandoci dentro. Difficile, con scarsi risultati, possibile solo grazie a una combinazione di fattori favorevoli, ma non sicuramente impossibile. Poi se ci mettiamo tutti insieme…

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      1. Va bè, dai, siamo in sette miliardi, se ci mettiamo tutti su una dighetta piccola ce la possiamo fare. Nulla è impossibile, basta volerlo, l’importante è crederci, mai arrendersi, il limite è oltre l’orizzonte, per arrivare là dove nessuno è mai giunto prima… e via così, di stronzate mi sembra di averne dette abbastanza. Buonanotte.

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