Le dimensioni contano – Parte 32

«Tutto bene?» mi chiese la mia compagna di cella, una pachidermica cinquantenne con inquietanti avambracci da muratore e raccapriccianti tatuaggi da rapper bianco. Appeso alle pareti un poster di Sarcina il cantante de Le vibrazioni, che credo fosse parte della condanna. Dovevo aver litigato recentemente: ero dolorante alla schiena e tastandomi le labbra mi accorsi di essere nuovamente senza denti. Parlare fu terribile. Senza gli incisivi, fischiavo quando pronunciavo certe lettere.
«Cosa succede?» chiese ancora l’elefantessa tatuata.
Scossi il capo. «Ho avuto un incubo», le mentii.
Perché diavolo mi trovavo dietro le sbarre? Ipotizzai per l’omicidio del mio patrigno,  ma non potevo essere più lontana dalla verità. Il mio patrigno era vivo e vegeto e si prendeva cura del mio fratellastro. Io invece scontavo l’ergastolo per l’omicidio di mia madre.
«Devono avermi incastrato», affermai con un tono alla Charles Bronson sdentata.

Quando nel pomeriggio ottenni da mio avvocato una copia del fascicolo del mio processo, mi ritrovai al cospetto di prove schiaccianti. Avevo ucciso davvero mia madre, ed ero anche reo-confessa. Quattro anni prima avevo accompagnato mia madre a far compere. Durante il tragitto di ritorno avevo finto un malore, costringendo mia madre ad accostare in una piazzola. A quel punto l’avevo convinta a seguirmi sul ciglio di uno strapiombo, per poi spingerla sotto. Era lo stesso punto in cui in altri universi accadeva l’incidente in moto del mio patrigno.
«Porca puttana assassina», sussurrai osservando le foto del cadavere di mia madre.
Avrei voluto piangere, ma la mia fica pulsava come il cruscotto di una Fiat Panda poco prima della fusione della guarnizione della testata: ero eccitata dall’idea del matricidio. Lo trovai inquietante.
Proseguii con la lettura e scoprii che, secondo la psichiatra e lo psicologo incaricati dal tribunale, avrei voluto punire mia madre per non esserci stata quando ero stata stuprata da un aggressore ignoto. «Aggressore ignoto?» lessi ad alta voce.
«Leggi a voce bassa, puttanella», mi ammonì il pachiderma tatuato.
«Scusa, grassona», affermai involontariamente.
«Grassona a chi, puttanella?»
La mia compagnetta di cella si mostrò piuttosto contrariata dal mio linguaggio. E il suo essere contrariata si palesò non appena saltò giù dalla branda e mi afferrò per il collo, sollevandomi da terra. «Vieni da meeeee», cantava sarcastica, «abbracciami e fammi sentire cheeeeee…»
Mi sentivo soffocare. Provai a resistere, colpendo con un calcio la pancia lardosa della cicciona tatuata, ma senza successo. La mia compagna di cella infatti mi scagliò sul letto e mi salì sopra, poggiandomi un ginocchio sullo stomaco e premendo con forza. Quindi si voltò sedendosi sul mio viso. Un liquido caldo, viscido e appiccicoso mi colpì sul sopracciglio sinistro e mi si spalmò sullo zigomo, centrando infine la bocca. Quella stronza cicciona mi aveva cagato sul viso. «Non permetterti più, troia ammazza-madri», aggiunse prima di darmi la “buonanotte” con un pugno sul volto, che mi fece perdere i sensi.
Mi risvegliai in infermeria, con un braccio ingessato. Ero dolorante, attonita, un poco come quando si resta con la testa sotto il sole, all’ora di pranzo, magari all’equatore, senza cappellino e senza capelli, per una cinquantina di minuti. Ero più stordita di un’Antonella Elia cresciuta da una Laura Freddi lobotomizzata.
«Quella stronzona grassa mi ha fatto perdere i sensi», affermai mentre l’infermiera mi ficcava un ago nel braccio sinistro.
Ma non ero in infermeria per l’aggressione. Alla mia sinistra, disteso su una barella e coperto da un lenzuolo rosso insanguinato, giaceva il corpo esanime della mia compagna di cella. L’avevo uccisa io? Come ci ero riuscita? E con cosa? Ma soprattutto, perché non me lo ricordavo?!
Il dramma era che non mi sentivo in colpa né per la cicciona, né per mia madre.
«Come ho ucciso quell’ammasso di grasso?» chiesi all’infermiera.
Mi fissò con biasimo. «Mi dai i brividi», disse.
Quindi mi fece una seconda iniezione di non so cosa e mi addormentai. Al risveglio ero nuovamente fuori dalla cuspide. Ero sola, in una stanza matrimoniale in cui non c’erano segni di eventuali mariti o scopamici. Di fianco al letto vidi un comodino, sopra il quale un Nokia 3310 in carica. Lo presi e tra gli sms c’era la buonanotte di mia madre. Sorrisi, era viva.
Poi piansi. Piansi per aver ucciso la compagna di cella. Piansi per aver ucciso mia madre. Piansi per aver ucciso più volte il mio patrigno. Piansi per la nonna, che mi mancava. Piansi per l’aborto. Piansi per lo stupro. Piansi per Sonia e Carolina, ma anche tutte quelle persone a cui mi ero affezionata ma che improvvisamene erano scomparse. Ma soprattutto piansi per aver perso mio marito, che mi mancava da morire. Piangevo perché mi ero rotta di vivere quell’esistenza.
«Mamma?» le chiesi quando mi rispose al telefono.
«Che c’è?»
«Le ovaie: se me le faccio levare, finiscono i viaggi interdimensionali, no?!»
Silenzio.

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