Le dimensioni contano – Parte 29

Durante il tragitto verso casa pensai a mio marito e a ciò che mi ero persa: il primo incontro, il primo bacio, la prima scopata, il primo weekend assieme, la prima cena, il primo “ti amo”, la prima volta assieme al mare, la prima lite, il primo concerto assieme e il suo primo “in verità Irene Grandi mi fa cagare”. E poi il fidanzamento, il matrimonio, l’ormai celebre karaoke sulle note di Mio dolcissimo amorela scelta della casa e dei mobili, l’acquisto di quel cassonetto motorizzato noto ai più come Fiat Punto.
«Eccomi», affermai entrando in casa. Dissi “eccomi”, ma in realtà intendevo “abbassati pantaloni e boxer, che ti succhio il cazzo finché non ti si seccano le palle”.
Ma lui non aveva voglia di scopare. Anzi, dopo aver letto il contenuto dell’agenda rossa, l’ultima attività che avrebbe voluto fare assieme a me era proprio il sesso. Non appena mi vide si alzò di scatto dal divano e sospirò. Mi guardò accigliato, con espressione preoccupata. Sembrava quasi in lutto e non serviva chissà quale attitudine alla psicologia per ipotizzare che fosse turbato.
«Tutto ok?»
Rispose con una smorfia. «Quanti anni ha tua madre?» chiese enigmatico.
«Quarantatré».
«E tua nonna ne ha sessantasei, giusto?» domandò retoricamente.
Risposi annuendo.
«Se tua bisnonna fosse viva, sarebbe un’ottantanovenne», continuò lui.
Ancora non capivo. «Diventate madri a ventitré anni. Non prima e non dopo», rivelò allora con rabbia, scuotendo l’agenda rossa.«È scritto qui dentro».
Restai basita. Quella dell’età era una questione notevole, che non mi convinceva. Se potevo diventar madre solo a ventitré anni, come mai ero rimasta incinta a venti? Purtroppo la risposta a quel quesito era più ovvia di certe battute di Enrico Papi, che di quei tempi ci massacrava i coglioni con quello scempio neurologico televisivo chiamato Sarabanda. Restare incinta non significava diventar madre.
«Bella merda!» commentai quindi sottomettendomi all’imprescindibile volere degli universi paralleli. «Mi dispiace», aggiunsi quindi, conscia che mio marito fosse soprattutto arrabbiato.
Sposandomi, aveva probabilmente accettato tutte le mie stranezze. Ma presumo che non volesse avere figli solo secondo i voleri dei miei viaggi interdimensionali. Voleva decidere, come ogni cazzo di cristiano che non resta fottuto da un preservativo bucato o da una sveltina da ubriaco. «Grandissima merda!» commentò ribadendo il mio concetto precedente.
Mi avvicinai per abbracciarlo, ma fu lui ad abbracciare me. Provai a ripetergli il mio dispiacere, ma fu lui a dispiacersi per me. Avrei voluto rassicurarlo, affermando che tutto sarebbe andato bene, che gli sarei stata vicina, e altre vaccate melense da libro di Susanna Tamaro, ma accadde il contrario: fu lui a rassicurarmi, ripetendomi che tutto sarebbe andato per il meglio e che mi sarebbe stato vicino, e mi avrebbe amato e…

Nei giorni successivi mio marito continuò a studiare l’agenda rossa, illustrandomi passo per passo ciò che scopriva in quelle pagine. Ero abituata a mia madre, che aveva taciuto per vent’anni; mio marito invece parlava subito. Alcune rivelazioni furono per lo più inutili: viaggiavo tra gli universi per via di un’anomalia genetica ereditaria – grazie al cazzo; la mia famiglia era ricca, ma non avrei visto un quattrino fino alla morte di mia madre; mia nonna era stata sposata con un armatore polacco.
«Nessuna spiegazione invece sul perché il mio patrigno resuscita tra un universo e un altro» raccontai una sera proprio all’ex moglie dell’armatore polacco.
«C’è scritto che nella cuspide accade quello che non può accadere negli altri universi?» chiese conferma mia nonna.
«C’è scritto», replicai, avvertendo improvvisamente una piccola fitta allo stomaco. «Porco Giuda!» imprecai immediatamente.
Era passato un mese dall’aborto, il ciclo stava per tornare. Avevo paura, mi seccava perdere mio marito. Mi aveva fatta sentire protetta, amata e … «Non è detto che lo perda…» disse teneramente mia nonna.
«Secondo te lo perdo?»
Mi sorrise. «Starà bene», affermò, abbracciandomi.
Poi per la prima volta mi raccontò del padre di mia madre: «ero a Manchester, con mio marito»,  raccontò sorseggiando un sorbetto al limone, quando con “sorbetto al limone” si intende “un bicchiere di bourbon” e con “sorseggiando” si intende “tracannare”. «Un giorno incontro questo biondino, al porto. Disse di essere italiano, ma puzzava come un danese».
«Come puzza un danese?»
«Puzza come un italiano. Solo che è biondo».
Sorrisi. «E poi?» chiesi curiosa.
«Poi mi portò a bere e mi baciò al tramonto», raccontò insolitamente romantica. Strano, solitamente lei era quella che si vantava di dare ancora il culo
«Non basta un bacio per ingravidare una donna», ricordai maliziosa.
Sorrise. «Noi non siamo come le altre», affermò sibillina. «Ma ci sono cose che voglio raccontare, e altre che voglio tenere per me. Questa è una di quelle che voglio tenere per me».
«Ti manca?»
Sorrise. Era un “sì”. «Ora vai a casa», disse. «Certe cazzate sentimentali lasciamole a quei filmacci con Meg Ryan dove la nonna sta per tirare le cuoia».
Furono le sue ultime parole: morì due ore più tardi, investita dalla vedova di Ivan.

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