Le dimensioni contano – Parte 11

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Dopo 15 anni in cui la sua famiglia è stata costituita solo da sua madre, si sveglia in universo in cui ha un patrigno e un fratello. Malauguratamente la permanenza in questo universo singolare, chiamato “cuspide”, dura una manciata d’ore.

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Inizialmente, al risveglio mi sentii sollevata.
L’ansia dell’interrogazione era scomparsa, e assieme ad essa era svanito anche l’insolito terrore di far scena muta al cospetto del professore. Ma quel sollievo si sciolse in fretta, come l’ottimismo di un tredicenne che sta per osservare il cazzo dell’amico superdotato.
C’era qualcosa di familiare nell’universo in cui mi ero risvegliata, molto più familiare della norma. I suoni, gli odori, il modo in cui il sole faceva capolino dalle tapparelle in legno: sembrava tutto nuovo, ma paradossalmente molto simile a qualcosa di già vissuto.
Mi alzai dal letto perplessa e mi svestii. Osservandomi nuda allo specchio, mi resi conto di essere molto diversa. Il mio petto era nuovamente vergine, senza tagli o incisioni. Le ferite con il bisturi, e di conseguenza le informazioni scalfite sulla mia pelle e la mia carne, erano scomparse. O meglio, osservando da vicino l’epidermide, mi sembrò ragionevole che in quell’universo non mi fossi mai incisa.
«Buongiorno», salutò mia madre quando la raggiunsi il cucina.
Era felice e ballava sulle note di Shy Guy della stramaledetta Diane King, che detestavo. Presumo avesse scopato la sera prima, anche se non sapevo con chi; né mi interessava saperlo.
C’era solo lei, nessun fratello, nessun patrigno. L’idea di aver avuto un incubo era sempre più viva.
«Vuoi il caffè?», propose mia madre.
«Non sono troppo piccola per il caffè?»
Lei sollevò le spalle. «Lo prendi da un anno», fece notare, rendendosi probabilmente poi conto che il mio era un risveglio interdimensionale. «Da dove vieni?» chiese infatti.
Inizialmente non le risposi. Pensai di essere disorientata per via degli ormoni, oppure impressionata dall’incubo, o presunto tale, che avevo fatto durante la notte. Però mi sembrava di aver già vissuto quella mattina, anche se in realtà non stava capitando nulla di già visto, già ascoltato o già percepito. Potevo rivivere un giorno già vissuto, ma che per qualche irragionevole motivo avevo dimenticato?
«Ho fatto un sogno strano», confidai allora. «Tu eri sposata e avevo un fratello e…»
«Non era un sogno», mi interruppe mia madre. «Eri nella cuspide».
La fissai perplessa. «Come lo sai?»
Non rispose alla mia domanda. «Non dare importanza alla cuspide», aggiunse però. «È come un incubo, e quello che ti fa vivere non c’entra nulla con ciò che poi ritrovi al risveglio».
Piuttosto chiaro. Forse il modo migliore per capire qualcosa di complicato è fartela spiegare da chi ne capisce ancora meno di te; oppure, più semplicemente, per mia madre gli universi paralleli non erano un fenomeno fisico, ma la quotidianità di tutti i giorni.
«Porca puttana trigonometrica», affermai. «Inquietante!»
«Stai bene?»
Stavo bene.
Gli oggetti attorno, l’arredamento della casa, l’acconciatura di mia madre, i miei indumenti, il dolore al braccio sinistro conseguenza di una spallata durante l’allenamento di palla mano pochi giorni prima: tutti segnali che identificavano l’universo in cui mi trovavo identico all’ultimo in cui ero stata prima di finire nella cuspide.
Che poi non era proprio identico, visto che il mio corpo era cambiato.
Avevo dunque bisogno di un bisturi o di un diario, per lasciare le giuste informazioni alla me che avrebbe preso il mio posto dopo le mestruazioni. Volevo rendermi utile, nonostante fossi probabilmente insignificante nel futuro di quella dimensione, un poco come un cuck che spompina il Bull che poi gli scoperà la moglie.
«Quello con la copertina di Snoopy», dissi al cartolaio, indicando un quaderno identico a quello che nella cuspide avevo ricevuto da Luca.
«Dodicimila lire», fece lui, ancheggiando sulle note di Shy Guy. Cominciavo ad avere il sentore che quella hit ci avrebbe fratturato le ovaie per tutto l’autunno successivo.
Ficcai “Snoopy” nello zaino, dove intravidi qualcosa che in meno di quarantott’ore avevo dimenticato: la lettera. Pensavo che fossero le due stucchevolissime facciate in formato A4 in cui rivelavo a Daniele di essere attratta da lui, ma sbagliavo. La grafia non era mia, ma di Daniele. I ruoli si erano invertiti.
Leggendo sorrisi, le parole del mio coetaneo erano ispirate e gentili. Ne fui parzialmente compiaciuta, ma il mio corpo non reagì. La mia fica era più arida della vetta del Kilimangiaro, e in me si addensava un sentimento inequivocabile: mi sentivo colpevole, come quando da bambina rompevo di proposito le bambole della compianta Sonia.
Eppure dieci minuti dopo, all’ingresso del Liceo Scientifico che frequentavo in quell’universo, quando il povero Daniele si avvicinò per chiedermi se avessi o meno letto la sua lettera, lo invitai poco gentilmente a sciacquarsi via dalle ovaie.
«Mi dispiace», provò a scusarsi lui, nonostante in quel momento la stronza fossi probabilmente io.
Lo ignorai, affrettando il passo. Ero intenzionata a raggiungere la mia aula e cominciare ad appuntare le prime informazioni sul diario. In corridoio però qualcuno mi puntava contro l’obbiettivo di una videocamera amatoriale. Quel “qualcuno” era identico a Luca, mio patrigno nella cuspide.

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Le dimensioni contano – Parte 10

Riassunto: la protagonista, quando ha il ciclo, viaggia tra gli universi. Improvvisamente finisce nella cuspide, un universo singolare dove vive con la madre e un patrigno e fratello che non ha mai conosciuto in passato.

«Non so chi sia tuo padre», replicò amaramente Luca. «Sei stata mia figlia fino a tre anni fa», spiegò con chiarezza, senza riuscire a celare un profondo astio nei confronti di non so chi, probabilmente mia madre. «Poi un giorno ti è venuto il menarca, e il mattino successivo ti sei palesata davanti a me: sembravi un’altra persona rispetto alla sera prima».
«E…?»
«Ed effettivamente lo eri», continuò con tono algido. «Nel corso degli anni mi hai raccontato i tuoi viaggi, ciò che scopri qui e là nelle mie dimensioni, e il modo in cui la tua quotidianità si rivoluziona dall’oggi al domani».
«E come sai che non sono tua figlia?»
Sospirò. «Mi hai detto che questo è l’unico universo dove io e tua madre siamo sposati».
«Potrei essere comunque tua figlia», opinai, speranzosa di non perdere mio padre appena un’ora dopo averlo ritrovato. «Anche negli universi da cui vengo io, effettivamente, non sei mai parte della famiglia», ammisi, «né un nostro conoscente», aggiunsi. «Ma ciò non toglie che potrei comunque essere tua figlia».
Ma Luca scosse il capo. «Assomigli molto a un ragazzo che abitava di fianco a casa nostra quando io e tua madre eravamo appena sposati», rivelò a capo chino, prima di sollevare la testa fissarmi con odio: che cazzo gli avevo fatto?
«Mi dispiace», provai a scusarmi per colpe non mie.
«Forse per questo tua madre preferisce passare più tempo con tuo fratello», ipotizzò brutalmente, coinvolgendomi di fatto nei loro problemi coniugali, «perché la fa sentire meno in colpa».
Restai basita. Una figlia unica adora avere un fratello quanto i cattolici adorano l’uso delle staminali. Per me era impensabile che mia madre non mi amasse; ancora meno che mi preferisse un maschio.
Mi parve allora quasi certo che la cuspide ospitasse una realtà per me innaturale. Inoltre mi venne spontaneo pormi una domanda: come mai mia madre e mia nonna non me ne avevano mai parlato?
Questo interrogativo mi accompagnò a scuola.
«Frequento le geometri», dissi tra me. «Bizzarro!»
Ero abituata a saltare qui e là per gli universi. Non mi stupiva andare a dormire da aspirante ragioniera e risvegliarmi il mattino dopo studentessa al Liceo Classico. Eppure, che ricordassi, non ero mai stata al tecnico per geometri, come invece avvenne quel giorno.
Sembrava una conferma alle singolarità della cuspide, ma ipotizzai possibile anche una più semplice casualità.
«Sei strana», disse il mio compagno di banco, Michele, che inizialmente ritenni il mio tipo ideale: occhi scuri, lineamenti mediterranei, non troppo alto, fisico tonico e abbronzato, atteggiamento Mod e piercing sul sopracciglio. Ma soprattutto labbra che sembravano tornite per accarezzarmi la fica.
Sembrava centomila volte più scopabile di Daniele, il mio ex ciccione appena trasferito. Eppure, nonostante la vicinanza di quel bel manzo, che tra le altre cose indossava l’Axe Africa, che in altri universi mi faceva bagnare più della costa californiana all’arrivo di un uragano, la mia patatina era gelida, asciutta e spenta.
«Ho le mie cose», replicai comunque, sviscerando un astio da stronza mestruata che generalmente non mi apparteneva. «Scusami», aggiunsi subitamente.
«Di cosa?» si informò lui, lasciandomi credere che probabilmente fossi spesso acida nei suoi confronti.
Un’altra stranezza della cuspide si manifestò non appena il professore di Topografia aprì bocca. Normalmente, cambiando da un universo all’altro, ereditavo in automatico anche tutte le nozioni apprese dalla me precedente. Ovviamente non ero mai sciolta nell’esporle, perché averle studiate non significava possederle al 100%, ma riuscivo quanto meno a non fare bandiera all’interrogazione.
Ma quella volta, mentre il professore disegnava rette e angoli alla lavagna, spacciando tanta di quella trigonometria da far venire la nausea anche ad Archimede, mi sentii come una parrucchiera a una conferenza sui bosoni.
L’espressione sul mio volto ricordava l’incisione che avevo sul ventre: ero un punto interrogativo con mani e piedi.
«Ti vedo perplessa», osservò infatti il docente.
Il professor Cocco aveva una sessantina d’anni. Adorava i baffi, e probabilmente anche vestirsi da carota, visto che quel mattino indossava jeans arancioni e polo verde. Sorrideva come un nonno pedofilo, ma aveva l’aria del sadico. Era anche piuttosto grasso, e infatti le mie tube di Falloppio suonavano una fanfara festosa.
«Ho solo dormito poco», mentii, dissimulando un sorriso da succhiacazzi del genere se-non-mi-interroghi-forse-poi-ti-faccio-una-sega-con-i-piedi-ma-probabilmente-no.
Lui mi sorrise. «Sei andata a dormire tardi perché impegnata a studiare, mi auguro», affermò sadicamente, avvicinandosi al banco. «Legge di Gauss e teoria dei minimi quadrati», chiese fissandomi dritto negli occhi.
Se mi avesse chiesto di portargli via la merda dal buco del culo usando un escavatore meccanico, avrei probabilmente avuto maggior fortuna.
Non conoscevo né la legge di Coso, né tanto meno la teoria dei cosi cosati.
Mi voltai un attimo per vedere se qualcuno tra i miei compagni di classe potesse aiutarmi, ma fu come cercare un sostituto quando si è condannati all’impiccagione. Ero più fottuta di Cicciolina in quel film dove Rocco Siffredi fa l’idraulico e ha dei grossi baffi alla Freddy Mercury.
«Non ne ho idea», ammisi, ma non ricordo il resto.
Al risveglio, ero in universo differente.

<< Parte 9

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Le dimensioni contano – Parte 9

Riassunto: la protagonista, quando ha il ciclo, si muove per gli universi. A furia di spostarsi, si risveglia in un universo in cui chiama “papà” un uomo mai visto prima.

Credevo fosse diverso avere un padre. Speravo infatti di nutrire nei suoi confronti un’affezione profonda, come quella che provavo per mia madre. Ma i sentimenti che percepivo per uno erano molto minori rispetto a quelli che sentivo per l’altra. Rispettavo quell’uomo, ma lo rispettavo come si rispetta un professore a scuola, o come si rispetta un pescivendolo che non piscia nell’acqua dove tiene le anguille. Nessun amore per lui, o quella roba lì tra consanguinei che provano sentimenti l’un l’altro, come Marge e Lisa, Rory e Lorelai, Peter Griffin e chiunque non sia Meg.
«La colazione è pronta», affermò comunque l’uomo che rispettavo ma non amavo.
«Arrivo», dissi sbadigliando come un ippopotamo dal dentista.
Mi sollevai dal letto per andare a specchiarmi. Volevo vedere cosa mi fossi lasciata sulla carne, ma trovai inciso solo un enorme e sibillino punto interrogativo che da sotto il seno arrivava poco sopra l’ombelico.
«E quindi?» chiesi inutilmente a me stessa.
Studiai dunque la mia camera da letto, e guardando ciò che era appeso al muro, mi resi tragicamente conto di essere una secchiona: il prospetto con l’orario delle lezioni, le scadenze delle esercitazioni e il diagramma della mia media scolastica. Che tristezza! E pensare che nell’universo da cui provenivo avevo il poster di Duff, quello di Slash e un double di Axl.
«Vediamo il diario della me secchiona sfigata», affermai allora sarcastica.
C’era effettivamente un diario scolastico, altra anomalia rispetto agli universi precedenti. Tra le pagine trovai molte cazzate da cocca della maestra, come l’elenco di materiale didattico da acquistare, appunti su scioperi e ritardi, date di convegni o programmi tv consigliati dai docenti, e via discorrendo.
«Ma che sfigata!» commentai.
Tra le pagine trovai alcune stampe dalla mia Polaroid.
«O mio dio!!» impallidii quando mi vidi in foto. Vestivo come una fan dei Cure: rossetto nero, smalto nero, felpa nera, panta nero, anfibi neri, giubbotto nero, capelli tinti di nero, trucco tipo Siouxies e quello sguardo assente tipico dell’adolescente “domani mi taglio le vene”.
Scoprì di avere anche un ragazzo, anche se non eccedeva per bellezza. Era molto alto, biondo, per certi versi carino; ma era anche molto sovrappeso, sui duecento chili. Mi vennero i brividi a pensarlo nudo, sopra di me.
«Chissà quanto suda un ciccione simile mentre scopa», considerai infatti.
In realtà, la mia fica la pensava diversamente, tanto che mi sentii più umida di Piazza San Marco durante l’alta marea. Evidentemente quell’ammasso di lardo mi piaceva. Ero nell’universo dove mi bagnavo per i ciccioni.
Che non avessi un debole per Pavarotti?
Sfogliando ancora il diario, trovai le lettere del biondo corpacciuto. Appresi il suo nome, Gabriele, che mi aveva appena lasciata, e che si era trasferito altrove, a 200 chilometri da Sassari.
La me secchiona doveva esserci rimasta molto male. Io invece lo trovai divertente: «Daniele se ne è andato e non ritorna più», canticchiai infatti su l’aria de La Solitudine di Laura “Culogrande” Pausini, «il tramezzino delle sette e trenta senza luiiii!»
Chiuso il diario, raggiunsi il resto della famiglia in cucina.
C’erano mamma, l’uomo che avevo chiamato “papà”, e un bimbo in età da felpa dei Power Rangers , incisivi mancanti e capelli a spazzola tanto impregnati di gel da sentire l’odore di Prokin a distanza di chilometri. Mi sedetti a tavola e provai un profondo fastidio per la canzone in sottofondo, aggressiva e cacofonica; eppure era la stessa Don’t Cry che in altri universi adoravo.
«Sei strana», considerò mia madre, più fredda di una tonnellata di ghiaccioli. «Come mai non ti sei ancora truccata?»
Non avevo intenzione di conciarmi come la me filo-suicida che avevo visto dalle foto. Né avevo intenzione di farmi chiavare da un altro ciccione, anche se ancora una volta la mia fessa espresse il proprio profondo disappunto bagnandosi come la costa ligure ad Agosto.
«Oggi non mi va», tagliai corto. «Non posso essere Dark per sempre».
Non sapendo se fossi celiaca, diabetica, allergica a nichel, zinco o alla barbabietola da zucchero, scelsi di far colazione con il caffè. Ma quando riempii la tazzina, mia madre me la tolse di mano.
«Sei troppo piccola, questa roba non ti fa dormire», affermò severa. «Bevi il latte!»
Riassumendo: ero troppo piccola per il caffè, ma abbastanza grande da truccarmi come una groupie dei Cult e andare a letto con un tizio che durante una scopata poteva involontariamente soffocarmi a morte. E la fica, su quest’ultimo pensiero, si inzuppò ancora, come i Gran Turchese che buttavo dentro il latte.
Così, mentre finivo la mia colazione da bambina-grande-ma-non-grande-abbastanza, mia madre si allontanò con mio fratello.
L’uomo che avevo chiamato “papà”, e che mia madre invece chiamava Luca, sparì per due minuti, facendo poi ritorno con un quaderno, che mi porse. Era un quadernone, un formato A4 con fogli a quadretti, sulla cui copertina era rappresentato il cane Snoopy.
Lo sfogliai, riconoscendo la mia grafia. Cominciai a leggere, ipotizzando rapidamente che fosse una sorta di diario interdimensionale.
«Papà, che significa?» domandai perplessa.
«Non sono tuo padre», specificò. «Solo io so che ti sposti tra gli universi», replicò freddo.
«Mamma te ne ha parlato?»
«Tua madre non sa che viaggi», disse. «Lo so solo io. Questo non è un universo comune, ma una cuspide!»
«Una che?»
Mi spiegò allora il funzionamento degli universi paralleli. Mi parlò della loro inter-boh, e che i boh di boh e che il loro boh superiore di un boh creasse una cu-boh, che mi traslava in un boh di un boh analogo al precedente boh di boh da cui ero precedentemente uscita.
«Capito?»
«Sì!» replicai sarcastica. Avevo capito di non capirci una fava!
Provò con una spiegazione più semplice, ma fu come provare ad insegnare a un elefante a suonare le maracas o cantare La Bamba. Fece anche un terzo tentativo, poi si arrese.
«Chi è mio padre?» domandai allora.

<< Parte 8

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Le dimensioni contano – parte 8

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Per ricordarsi le cose, si sfregia con il bisturi.

L’inizio della saga qui

Pochi giorni dopo, al rientro da scuola, mi ritrovai nuda di fronte allo specchio del bagno. Mi compiacevo osservando il mio corpo nudo, sempre più femminile, sempre più scolpito, anche se violato da tagli e ferite.
Guardai a lungo le incisioni, quel mosaico di dolore e delirio a cui avevo scelto di sottoporre la mia carne. Scrutavo le più recenti, violacee, la pelle attorno che ancora tirava dolorosamente. Studiavo le più vecchie, meno evidenti, celate lentamente dalle nuove. Sembrava una sorta di sanguinosa metafora masochista, tipo quelle psico-cazzate alla Fabio Volo del genere “le nuove ferite ti faranno dimenticare le vecchie”.
Metafore o meno, stavo di merda. Mi chiesi per un istante cosa significasse essere una ragazza normale, confortata dalla certezza di non essere un curioso e anomalo fenomeno paranormale. Domandai a un dio pagano il motivo del dolore interiore che provavo, tutta la frustrazione che nutrivo per Daniele. Voleva una risposta al perché della mia ossessione, dovevo capire perché tanta affezione verso un coetaneo che non era bello, non era intelligente, non era poetico, non era stimolante e che mi trattava come una strafottuta comparsa nella sua patetica esistenza.
«Alcune restano identiche in tutti gli universi», sussurrai mestamente, abbassando poi lo sguardo per osservare il bisturi che avevo tra le mie mani, sporco di sangue. La punta della lama sfiorava il mio ombelico.
Avrei potuto incidere, ma quel giorno avevo soddisfatto abbastanza il mio desiderio di carne lacerata. Quando sentii bussare alla porta, ipotizzai fosse mia madre, e immaginavo cosa volesse. Non mi rivestii, mi piaceva che mi guardasse. La mia era una sorta di punizione, volevo che vedesse le mie cicatrici eterne, che capisse quanto odiassi la mia vita.
«Ora sono cazzi tuoi!» disse severamente, anche se serena, per nulla delusa. «Sai che non risolverai questa cazzata saltando in un altro universo, vero?»
Lo sapevo, e non mi fregava un emerito cazzo. Non mi spaventava nulla. Se dovevo essere scartata per uno scaldabagno come Pamela, preferivo passare il resto della mia vita in prigione. E cominciavo a pensare che se la vita mi costringeva a continue delusioni, a dolore, a domande prive di risposta, io dovessi ripagarla con la stessa moneta.
Avevano trovato Pamela nei bagni della scuola, dove l’avevo abbandonata. Aveva le mani legate dietro la schiena. La sua pancia sanguinava, ma non era in pericolo di vita. Le avevo semplicemente firmato il ventre, sfregiandola a vita. Avrei dovuto patire sensi di colpa, ma stavo più che bene. Era stato piacevole ferirla. Il suono delle sue lacrime, il mugolio della bocca chiusa con il nastro isolante, le contrazioni mentre la lama penetrava nella carne, la puzza di merda e piscio mentre perdeva il controllo della vescica. E la mia fica che pulsava come un brano dei Prodigy, mentre osservavo gli occhi scuri di quella stronza sbarrati per il dolore, la paura e l’umiliazione.
«Quale è stata la cosa peggiore che hai fatto in vita tua?» chiesi a mia madre.
«Concepirti», rispose aspra.
Risi, anche se la sua non era una battuta. «Perché non hai provato a fermarmi?»
Non mi rispose.
«Quando ci hai provato hai fallito?» le chiesi ancora, vanamente.
La osservai attraverso lo specchio. Guardava la mia schiena, quel lato di carne vergine privo di incisioni. Presumo che vista da dietro sembrassi una ragazza normale. O qualcosa del genere.
Mia madre si voltò e fece per abbandonare il bagno. Ma pensai che ci fosse almeno una domanda a cui potesse (volesse) rispondere: «Chi?»
«Io», disse sottovoce.
Salvando Pamela, ci rimetteva lei. Conclusi che in un altro universo avessi sfregiato mia madre, o qualcosa di simile.
«Come?» provai ad informarmi.
«Mi fai venire i brividi», mi disse. «Io non ero così sadica alla tua età, in nessun universo», aggiunse. «Se continui così, la tua esistenza sarà molto dolorosa».
Chiesi chiarimenti a quell’ultima affermazione sibillina, ma era più probabile che mi chiedesse di leccarle la passera, piuttosto che illuminarmi sul mio futuro.
Pamela se la cavò con tonnellate di antidolorifici, due operazioni, qualche settimana di ospedale e, credo, qualche anno di psicologo. Io venni invece subito sospesa dalle lezioni, quindi espulsa dal liceo.
Ovviamente ci fu anche una denuncia, con relativa probabile condanna. Ma prima che potessi avere a che fare con il giudice, mi vennero nuovamente le mestruazioni. Al risveglio, mi ritrovai in una casa molta diversa dalle solite.
«Devo essere in galera», affermai tra me.
Quel luogo era particolare. La camera da letto era spoglia, c’era solo un armadio in legno dozzinale, il letto e uno specchio. Non c’era nemmeno il comodino e la finestra era troppo piccola per illuminare. Inizialmente lo confusi per una casa di correzione moderna, quelle robe che sembrano chalet rilassanti, ma in cui ci ficchi dentro sedicenni che trovano rilassante ammazzare il fratellino a martellate.
«Sei sveglia?» disse l’uomo che aprì la porta. Non lo avevo mai visto prima, eppure il suo volto mi sembrava familiare.
«Sì, papà!» risposi involontariamente.
Papà?

<< Parte 7

Le dimensioni contano – parte 7

Riassunto: quando è mestruata, la protagonista si muove negli universi paralleli. A 15 anni, dopo aver discusso con la madre e la nonna, scopre una ferita posizionata sul seno sinistro.

Ero sfregiata. Invece di comprarsi un comunissimo diario, la precedente me si era deturpata ventre e petto con il bisturi. Sul seno sinistro era inciso “celiaca”; attorno all’ombelico “Daniele”; poco sopra il ventre, ancora sanguinante, un “trovi il bisturi nel doppio fondo dell’armadio primaverile” . A 15 anni avevo tante di quelle cicatrici auto-inflitte, presumo dolorosamente, che in confronto Marilyn Manson sembrava uno dei Gazosa.
«Come ho fatto ad essere così cogliona?»
Ma non mi riverivo all’autolesionismo alla Sid Vicious, che in parte mi piaceva, ma a Daniele.
A quarant’anni essere innamorate significa farsi sbattere come un tappeto da chiunque abbia un cazzo grosso come lo scarico di un camion; a quindici invece è tutto “Dany tvb”, “Dany <3” nel retro-copertina dei quaderni scolastici, oppure tatuati con l’Uniposca sull’astuccio e all’interno del mio Invicta Jolly. Ok, non avevo un diario, ma di indizi ne avevo lasciati a frotte. Allora perché sfregiarmi a quella maniera?
Non trovai a risposta a questa domanda; tanto meno alla mia infatuazione per quel tizio.
Daniele non era certamente l’adolescente più bello di Sassari. Era basso, perennemente sudato e più noioso di un film muto polacco. Inoltre dubito gli piacessi, visto che in gran parte degli universi le uniche parole che mi rivolgeva erano sempre e solo “hai una sigaretta?”
Provai a studiarlo, cercando in lui un aspetto affascinante, un qualche dettaglio tale da giustificare una cotta.
Di bello aveva solo gli occhi. Erano scuri, grandi, profondi. Aveva uno sguardo intenso; un meraviglioso sguardo intenso, quasi puro; il suo sguardo esprimeva candore, come accade osservando gli occhi di un bambino. E su questo pensiero sorrisi involontariamente.
Porca puttana ammaliatrice, mi piaceva davvero quello sfigato. E non solo: improvvisamente desideravo sedermi sulle sue cosce, farmi abbracciare, ed essere baciata teneramente in punta di labbra sulle note di Don’t Cry.
Eppure, in tutti gli altri universi in cui ero stata Daniele non mi piaceva.
«Daniele ti piace in tutti gli universi», mi contraddisse però il giorno dopo mia madre. «E ci hai spesso provato», rivelò.
«Come è andata?»
Sorrise. «Quel tizio è alto come un cazzo», cambiò argomento lei, con eccesso di franchezza. «E a volte parla come uno che ha passato l’infanzia a prendere bastonate in testa», continuò. «Puoi avere di meglio».
«Ha gli occhi da bimbo», replicai.
Mia madre annuì. «Spera allora che non abbia anche qualcosa d’altro da bimbo».
«Forse mi piace la sua anima», dissi fastidiosamente, per nulla convinta.
«Non sei innamorata di quell’avanzo di sborra», considerò perplessa, «vero?»
«Forse!»
«Tu non sei mia figlia», commentò sarcastica.
Pochi giorni prima delle mestruazioni, leggendo uno dei tanti inutili libri rosa di mia madre, che tra l’altro spuntavano per casa come gonorroici nei pressi di un bordello, mi convinsi a fare io il primo passo con Daniele.
Ero piuttosto ottimista, quasi stupidamente. Dal mio punto di vista, la situazione peggiore in cui potevo capitare era un rifiuto. Per certi versi avevo ragione, ma non ero mai stata rifiutata in passato.
«Credi?» chiese mia madre dopo che gliene parlai.
«Che vuoi che sia un rifiuto?»
C’è rifiuto e rifiuto. Un conto è che ti rifiuti Kim Rossi Stuart; un conto è che lo faccio uno sfigato che, tra nostalgie viscerali per il fascismo (o comunismo, in alcuni universi), monociglio, abbigliamento da paninaro (era il 1995), passioni più noiose di un porno senza sesso, e inverecondo apprezzamento per i terrificanti 883, non avrebbe mai dato il primo bacio a una donna, probabilmente cessa e disperata, prima dei diciannove/venti anni.
Comunque, mi buttai.
Il giorno del ciclo consegnai a Daniele una lettera. Si trattava di due sdolcinate facciate scritte fitte fitte, in cui spiegavo per quali ragioni avrei voluto essere la sua fidanzata. Il tutto concluso da un terribile “sei un mito per me!“. Mi sorprese essere tanto stucchevole; ma mi sorprese maggiormente aver citato Max Pezzali, che altrove odiavo più di quanto Umberto Bossi odiasse Foggia.
«Cosa significa?» chiese infatti Mister Occhi-da-bimbo, dopo aver letto fugacemente e sommariamente la mia letterina.
«Che mi piaci…» dissi titubante.
«Hai una cotta per me?» domandò ancora, molto stupidamente, dandomi il tempo di osservare un grosso cappero color verde freddolone-alla-menta che aveva preso residenza nella sua narice sinistra. «A me piace Pamela», rivelò.
Restai basita.
Pamela era mia amica, e la ritenevo dolce e simpatica. Ma aveva anche un rapporto peso/statura da pachiderma, un naso che faceva provincia, e la carica erotica di Nonna Papera.
«Fortunata Pam», affermai infatti sarcastica, mentre la mia autostima faceva i bagagli per traslocare altrove, e la mia gioia di vivere faceva una capatina all’anagrafe per cambiare da “gioia di vivere” a “mai’na gioia”.
Passai il pomeriggio a piangere, ascoltando Don’t Cry.
Mia madre si sedette di fianco a me, spense i Guns, e mi prese la mano.
Sapeva cosa volevo fare e poteva impedirlo. Ma non lo fece. Forse aveva paura di me…

<< Parte 6

Se ti interessa leggere la saga dall’inizio, il primo episodio lo trovi qui

Le dimensioni contano – parte 6

Riassunto: la protagonista, quando ha il ciclo, viaggia tra gli universi. (Il resto rileggetevelo – la storia comincia qui)

Gli anni delle medie trascorsero sereni. Ascoltavo Don’t Cry dei Guns n’Roses, studiavo, riascoltavo Don’t Cry dei Guns n’Roses, giocavo a pallamano, guardavo la videocassetta dove avevo registrato il video di Don’t Cry dei Guns n’Roses, uscivo con le coetanee, scrivevo sul diario il testo di Don’t Cry dei Guns n’Roses, mi innamoravo di ragazzi già innamorati di ragazze già innamorate di un ragazzo già innamorato di me. Infine, nel tempo libero, mi piaceva sentire Don’t Cry dei Guns n’Roses.
Il primo bacio lo diedi a Samuel, conosciuto in campeggio e dimenticato come conobbi Fabrizio nell’universo successivo. Fabrizio era alto e affascinante. Mi baciò al tramonto, in riva al mare, mentre mamma e nonna aspettavano impazienti che rientrassi con le pizze.
«Domani parto», mi disse mentre gli facevo assaggiare la capricciosa di mia madre.
«Se mi dai il tuo indirizzo, ti scrivo tutti i giorni», proposi sorridente.
Gli scrissi tre volte, l’ultima delle quali non imbucai la lettera. Mi erano venute e stavo per cambiare universo, quindi rischiavo di spedire parole dolci a uno sconosciuto. E poi che senso aveva alimentare una corrispondenza a distanza, se avevo un vero e proprio fans club di morti di figa brufolosi che mi sbavava dietro?
Ero una ragazza piuttosto appetibile e appetita. E parlando di appetito, mi riferisco a un’epoca in cui i miei coetanei si segavano fino a lessarsi le palle su foto di Francesca Dellera, Valeria Marini, Serena Grandi e altre vacche con labbra a canotto e seno giunonico; un’epoca dunque in cui la mia quarta coppa D mi ergeva al romantico ruolo di “bonazza” della classe. Avrei potuto avere anche la faccia di Susanna Tamaro, che i ragazzi mi avrebbero filato ugualmente. Per mia fortuna, ero molto più carina di VaddovettipportailQuore.
In tutti gli universi, oltre alla quarta di seno, e la mia avversione per la Tamaro, e la mia passione per i Guns, e il mio vizio di merda di mettere “e” congiunzione subito dopo la virgola, c’era una certezza che si ripeteva costantemente: mia madre voleva che tenessi un diario.
Io ero contraria. Sapevo che possedendo un diario, lei e la nonna lo avrebbero letto. Anzi, lo avrebbero studiato, analizzandolo virgola per virgola. Ne ero certa. Mi avrebbe sorpreso se non lo avessero fatto, perché spesso erano meno discrete di certi personaggi interpretati da Mario Brega nei film di Verdone.
Finché un giorno, al risveglio in un nuovo universo, mi ritrovai addosso un orribile pigiama color merda. E senza togliermelo, uscii dal letto e mi spostai in cucina per far colazione. Così, dato il buongiorno a mia mamma e un bacio alle rughe sulla fronte della nonna, mi sedetti a tavola. Quindi afferrai due fette di pane, con l’intenzione di spalmarci sopra un poco di marmellata.
Mia madre mi saltò letteralmente addosso, strappandomi il cibo dalle mani.
«Sei impazzita?» mi chiese preoccupata. «Sei celiaca, stupida!»
«È un risveglio», mi giustificai grattandomi il dorso del seno sinistro, che sentivo stranamente ruvido. «Non sapevo di essere ce-cosa».
«Celiaca», chiarì mia madre. «Il pane ti fa malissimo, stupida, sei allergica», sospirò.
Mi spiegò quindi cosa fosse la celiachia. Capii la metà delle parole, tra cui il fatto che pane e farinacei mi sciogliessero in merda, disidratandomi a morte.
«Ci starò attenta»
«Devi tenere un diario», consigliò nuovamente mia nonna, severa. «Devi farlo in tutti gli universi», aggiunse. «E devi lasciarlo sempre sul comodino, alla destra del letto», spiegò con voce da maestrina-frattura-ovaie.
La guardai con biasimo, rabbia, incazzata come un tifoso della Juventus dopo una finale di Champions League.
«Ne abbiamo già parlato», ricordai. «Lo leggereste», insinuai.
«Sai che effetto ti fa il pane?», ribadì mia madre, senza tuttavia smentire la mia insinuazione, «devi avere un posto in cui siano appuntate tutte quelle robe che devi sapere: eventuali allergie; che scuola frequenti; dove tieni i soldi, gli assorbenti e le medicine», continuò petulante come quelli che ti fermano per strada per spiegarti che senza Dio nella tua vita non ti sentirai mai libera.
«Una sola cosa è essenziale», opinai quindi. «Evitare di rileggere ancora una volta quella merda stucchevole de Il piccolo principe». Risi, ma quella leggerezza durò poco. Effettivamente la celiachia non era uno scherzo.
«C’è mai stato un diario nei vari universi in cui sei stata?» mi informai poi.
Mia madre non mi rispose, mia nonna nemmeno. Da come mi guardarono lo presi per “no!”
Lei però non stava ragionando multidimensionalmente, Grande Giove. Se nessuna me aveva adottato il diario in nessuno degli universi in cui mi ero ritrovata, probabilmente esisteva un metodo ancora più sicuro per trasmettere le informazioni. Su questa consapevolezza sorrisi soddisfatta, sentendomi improvvisamente più scaltra e furba di mia madre e mia nonna.
Peccato che, spogliandomi, trovai un’atroce cicatrice sul mio seno sinistro.
«Porca puttana», urlai spaventata.

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Le dimensioni contano – parte 5

Riassunto: la protagonista (che quando ha il ciclo compie viaggi interdimensionali) si risveglia magra e atea, ma senza denti: è stata aggredita dalla persona che lei aveva aggredito nell’universo precedente. Inoltre abita con la nonna e il compagno, non con la madre.

Nonostante le punizioni, e i sensi di colpa, non imparai alcuna lezione da quanto accaduto con Carolina: quella ragazza mi stava sulle ovaie a prescindere, dunque non mi comportai mai in modo gentile con lei. Forse avrei dovuto riflettere maggiormente su questo aspetto, perché la mia incapacità di scindere completamente ciò che accadeva in universi diversi, e dunque per mano di persone omologhe ma tra loro differenti, me la sono trascinata dietro per tutta la vita.
Per qualche tempo comunque non accadde nulla.
Poi arrivò Aprile. Ero forse al sesto o settimo universo differente, non ricordo, e credevo che tutto stesse andando per il verso giusto: i voti scolastici erano buoni; gli amici, chi più chi meno, mi volevano bene; a pallamano me la cavavo; con mamma e nonna andavo d’accordo. Soprattutto, avevo smesso di aggredire le mie coetanee. Sembrava tutto perfetto, come il set di un porno prima che gli attori comincino a sborrare qui e là, ciucciarselo l’un l’altro, e farsi inculare da un San Bernardo.
Così, mentre ero seduta al terzo banco della fila centrale nell’aula della 2 B, mentre la professoressa Borini ci spiegava come funzionavano i vulcani, mi sentivo assolutamente rapita dalla Vastitàdelcazzochemenefregadeivulcani. Se non ricordo male, facevo pensieri soft-erotici (e scandalosamente minorenni) su Jordan Knight dei mitici New Kids On The Block.
Comunque, pensavo bellamente ai cazzi miei quando Signora Maria Luisa, una vecchiaccia vestita da vecchiaccia con voce da vecchiaccia, che poi era la bidella che in un altro universo aveva separato me e Carolina con una secchiata d’acqua sporca, interruppe le disquisizioni della Borini a proposito del magma e degli strafottuti lapilli.
«Il preside ti vuole», aveva detto senza bussare, senza salutare e senza scusarsi per l’interruzione, ma guardando me.
«È successo qualcosa?» chiese preoccupata la professoressa, mentre io alzavo il culo dalla sedia e cercavo un elastico per farmi la coda ai capelli, che in quell’universo erano stramaledattamente lunghi, grassi come se li lavassi con la sborra di pecora, e fastidiosi.
«È morta la nonna!» affermò ruvidamente la bidella, esibendo un tatto da lottatore di sumo che uccide un chiwawa a pedate.
Fu terribile. Nella mia vita non era mai morto nessuno di davvero caro, anche perché avendo mia madre, mia nonna e nessun altro, le possibilità che accadesse erano piuttosto scarse.
Ma era successo, e più che turbata, come mi definì la professoressa, più che alienata, come mi vide il preside, più che strana, come mi classificò l’odiosa bidella vecchiaccia, ero incazzata come Babbo Natale quella volta che aveva scambiato il regalo destinato a Cicciolina con quello di Madre Teresa di Calcutta.

Ci fu la veglia, il funerale e la sepoltura. Poi mi vennero le mestruazioni, e mi risvegliai in un universo dove mia nonna era ancora viva. Felice, andai subito a trovarla, letteralmente di corsa, con l’intenzione di abbracciarla, stringerla, baciarla, e altre minchiate melense alla Pollyanna.
Arrivata a casa sua, bussai, ma lei non mi rispose.
Suonai il citofono, ma niente.
Mi venne il dubbio, il terrificante e atroce dubbio, che la nonna avesse avuto un infarto fatale, come nell’universo da cui provenivo. Disperata, chiamai subito aiuto, fermando le persone che passeggiavano per strada.
Un poliziotto sfondò la porta sul retro e, con me al seguito, entrò dentro casa. La nonna era in camera da letto, perfettamente in salute: succhiava il grosso cazzo del postino. Quanto meno stava bene.
Imbarazzo a parte, conclusi, erroneamente, che cambiando universo potevo salvare la vita alle persone e farle vivere felici e contente.
Ma pochi giorni dopo, mentre facevo compagnia a mia nonna che sgranava fagiolini e si scusava per il postino, Carolina venne investita da un camion.
Quando me lo dissero non piansi, conscia che avrei potuto salvarla nell’universo successivo; speravo solo che fosse morta sul colpo e non avesse sofferto. Ma da quanto mi raccontarono, se avesse passato una giornata con quel burlone tortura-ebrei del dottor Josef Mengele, probabilmente avrebbe patito meno: era stata spezzata a metà dalle ruote del camion, continuando a vivere e contorcersi dal dolore per una buona mezz’ora. Chiunque controllasse e/o gestisse queste cose dall’alto dei cieli, fosse un dio o un primo motore immobile, aveva un senso del macabro piuttosto profondo.
Aspettai con trepidazione le mestruazioni successive, per salvare Carolina. Ma quando mi risvegliai in un altro universo, la mia coetanea era comunque morta. Pensai a un’eccezione, ma sbagliavo.
«Devi scegliere», mi disse mia madre quando ne parlammo. «Se salvi un affetto», mi spiegò lentamente, «ne muore un altro».
«Non volevo bene a Carolina», opinai.
«Buon per te», replicò lei. «Allora hai fatto bene a causare la sua morte».
Vacillai. Non volevo sentirmi responsabile. Ma lo ero. Mi accarezzai nervosamente i capelli, che in quell’universo erano corti, forti, lucenti e puliti da mangiarmi e ricagarmi quelli di Chiara Ferragni
«Ho salvato la nonna?» chiesi, sperando che ciò attutisse la sensazione interiore di soffocamento che cominciavo a percepire: ennesima compilation di sensi di colpa.
Mia madre annuì. «Probabilmente», affermò. «Nell’universo da cui vengo io», aggiunse, «la nonna era morta a causa di un infarto», continuò preoccupata. «Ma c’era Carolina: viva, vegeta, grassa e spacca palle!»
Non era simpatica nemmeno a mia mamma.
Non parlammo alla nonna del suo infarto, per non inquietarla. Però scoprimmo che il giorno in cui era andata a cercarla, la volta che la sorpresi a suonare il solo di Sax di Carless Whisper con la grossa tuba del postino, l’avessi allertata.
La mia visita concitata le era sembrata strana, visto che in genere mi concitavo esclusivamente per i New Kids on the Block. Avendo mangiato la foglia, si fece quindi visitare da un cardiologo. Così scoprì che le sue coronarie erano più infognate delle narici di un poppante raffreddato o, per chi ama le similitudini con gli animali, più intasate dello sfintere di bue stitico.
Le avevo salvato la vita, ma mia nonna nemmeno mi ringraziò.
Fu una lezione importante, definitiva. Carolina, con tutto che fosse una stronza insopportabile, e una pianta grane, nonché una cicciona insicura, e una frignona mocciosa, e spesso una petulante leccaculo infida e opportunista, oltre che una pessima giocatrice di pallamano, e una fan di Marco Masini e Paolo Vallesi, non meritava di morire tanto giovane; né tanto meno a quella maniera.
Mia nonna invece era arrivata alla sua ora.
Alla fine portai una rosa sulla tomba di Carolina, e mi scusai con lei, anche se era solo una lapide con una fotografia. Lo feci anche nell’universo successivo, promettendo che avrei fatto visita alle spoglie della mia coetanea per tutta la vita: smisi dopo tre mesi.
Tre anni dopo, ero una quindicenne innamorata. A tutti i miei amici piacevano le mie tette, tranne a colui che avrei voluto me le palpasse!

<< Parte 4

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Le dimensioni contano – parte 4

Riassunto. La protagonista quando ha le mestruazioni viaggia tra gli universi. Ritrovatasi grassa, spacca la faccia a una coetanea che la prende per il culo.

Al risveglio sorrisi. La camera attorno a me era diversa da quella in cui ero andata a dormire la sera precedente. Anche io ero diversa, nuovamente magra e atea.
Sul comodino alla mia sinistra individuai una scatola di assorbenti, e gioii: non ci sarebbe stato un altro menarca. Restava da capire cosa fosse uguale all’universo precedente.
Con il passo elegante da bertuccia zoppa, mi trascinai verso la cucina.
Mentre mi grattavo il mio bel sedere magro, individuai una faccia mai vista prima: «buongiorno», affermò un tizio che classificai come il compagno di mia madre.
Quell’uomo sembrava piuttosto anziano, almeno sulla sessantina. Trovai raccapricciante l’idea di lui e mamma fidanzati. Ma tenni questa considerazione per me.
«Ciao!» risposi con indolenza, grattandomi via una caccola dalla narice e afferrando una fetta biscottata.
Provai a mordere, ma le gengive mi facevano un male bestiale. Mi accorsi subito che stessi sanguinando. Corsi rapidamente in bagno e specchiandomi mi resi conto dell’assenza di parte dell’arcata dentaria superiore.
«No!» sibilai spaventata, «santo cielo, no!»
Dove cazzo erano i miei denti, porca puttana sdentata?
Per un attimo rimpiansi la precedente “ciccionanza“. I chili si perdono, ma i denti non ricrescono. Mi sedetti sul bidè e cominciai a piangere, mentre la mia bocca continuava a sanguinare come un criceto ferito a badilate.
«Devi aver pazienza», disse il fidanzato/marito/scopamico/compagno/uomo-ricco-da-ammazzare-con-il-pompino-definitivo-e-da-cui-ereditare-una-fraccata-di-soldi di mia madre, spaventandomi.
Attirato dal mio urlo, mister Sborra vintage aveva raggiunto il bagno, fermandosi però sulla porta. Mi guardava con l’affetto, in un modo a me sconosciuto. Nella mia vita, nella casa di mia madre, non c’era mai stato un uomo. Non ero abituata ad essere osservata a quella maniera da una persona che non fosse mamma; o nonna.
Quell’improvviso interessamento, quell’affezione spontanea, mi disorientò. Nel mio immaginario, gli uomini lasciavano che le figlie crescessero da sole con le mamme, ed erano esseri cinici e insensibili.
Quell’uomo, che era troppo vecchio per fottersi mia madre ma se la fotteva ugualmente, invece sembrava buono, nel senso più essenziale e istintivo del termine. Incarnava una sorta di purezza. Eppure, percepivo una sensazione strana nei suoi confronti.
«Abbi pazienza qualche giorno», riprese a parlare con voce rassicurante, «in modo che ti guariscano le ferite sotto la gengiva», aggiunse ancora, sempre con tono paterno, «poi il dentista ti sistema la bocca».
Era stato dolce, ma stranamente le sue parole non sortirono effetto. Nell’altro universo, il mio essere credente si era manifestato con l’istinto di pregare. Tecnicamente quindi, l’affetto per il mio patrigno si sarebbe dovuto palesare con un minimo di empatia. Invece sentivo astio, uno stimolo a invitarlo a ficcarsi il suo sorriso paterno su per il culo e sciacquarsi bellamente fuori dalle mie ovaie interdimensionali.
«Taci!» affermai infatti brutalmente, quasi involontariamente. «Vattene via, vecchio stronzo pedofilo».
Il vecchio stronzo pedofilo obbedì.
Mi pulii la bocca da bava e sangue. Sospirai e mi resi finalmente conto dell’assenza di mia madre. Dove diavolo era finita? L’avrei cercata dopo la doccia.
«Step by Step», canticchiai bellamente, felice che anche in quell’universo adorassi i New Kids on the Block.
Sotto il getto caldo, completamente coperta da un orribile bagnoschiuma all’essenza di merda, anche se l’etichetta diceva che si trattasse di ortica, ponderai il suicidio. Credo sia normale durante l’adolescenza pensare almeno una volta di ammazzarsi. Come credo sia normale aver voglia di uccidere i propri genitori ed ereditare le loro ricchezze, in particolare se si fa Maso di cognome. Per mia fortuna, il mio cognome non era Maso e mia madre, almeno negli universi da cui provenivo, era una comunissima operaia che faceva il turno in fabbrica.
«Che sfiga!» considerai sarcastica.
Quindi cominciai a ripetere a me stessa che alle prossime mestruazioni mi sarei probabilmente ritrovata in un universo in cui avevo nuovamente i denti.
«Evviva», commentai, prima di scorreggiare una puzzetta all’essenza di ortica.
Dopo la doccia rientrai in camera. Aprendo l’armadio restai ammutolita: possedevo solo felpe celesti, non ne avevo diverse. Esclusivamente felpe celesti. Ma non era tutto, avevo anche solo gonne bianche. Nemmeno un paio di calzoni, solo donne bianche.
«Porca puttana disneyana!» affermai guardandomi allo specchio una volta vestita. «Sembro Paperino».
Di mia madre, nel frattempo, nonostante avessi girato la casa per cercarla, nemmeno l’ombra.
Fu il tizio con cui abitavo, ad accompagnarmi a scuola. Durante il tragitto, senza rivelargli la mia caratteristica, dando per scontato che non la conoscesse, gli feci qualche domanda. Malauguratamente tizio, che un altro tizio in ascensore chiamò Mario, era piuttosto permaloso, ed era ancora incazzato per essere stato precedentemente definito “vecchio stronzo pedofilo”.
«Scusami», provai a rimediare, «ero spaventata», aggiunsi sommessamente, ma il vegliardo merdoso e pederasta non mi rispose.
Una volta a scuola, quasi nulla era cambiato. Si erano semplicemente invertiti i ruoli. Se io ero la magra senza denti, c’era anche una cicciona vittima delle mie provocazioni che il giorno prima mi aveva pestata a sangue. Per un attimo pensai che se lo meritasse. Poi mi resi conto che la Carolina di questo universo fosse una persona diversa da quella trovata nell’altro.
Su invito del preside, feci pace con lei. Anche se mi aveva fatto perdere i denti. I denti, cazzo, i miei poveri denti. Ma ci feci pace. Poi, una volta fuori dall’ufficio del preside, cambiai idea: «la prossima volta che ti becco da sola», minacciai, «ti prendo per la testa e la sbatto per terra finché non riesco ad appiattirla come una stracazzo di tavola da surf, porco mondo!»
E dopo quella dolcissima promessa, ci prendemmo nuovamente a botte. La bidella, una stronza gobba e che parlava solo in dialetto, ci separò gettandoci contro una secchiata d’acqua. Purtroppo quell’acqua era la stessa utilizzata per lavare i pavimenti. Mi avesse pisciato una mucca, mi sarei sentita più pulita.
«Cosa devo fare con voi?» chiese pleonasticamente il preside, dieci minuti più tardi, prima di sospenderci per tre giorni dalle lezioni e avvertire i nostri familiari.
A quel punto le tessere mancanti nel mio mosaico vennero a galla come gli stronzi nell’oceano: il preside avvertì mia nonna poiché mia madre lavorava all’estero. Ecco spiegata la sua assenza.
Scoprii anche che la titolare delle erezioni di Mario non era mamma, ma nonna.
Fu rasserenante, anche se Mario, costretto a uscire anzitempo da lavoro, aveva la faccia tutt’altro che rasserenata. Anzi, era piuttosto incazzato e mi osservava come se volesse svitarmi le narici e cagarmi direttamente dentro il naso. Per mia fortuna non lo fece.
«Tua nonna ti fa a pezzi», disse tuttavia.
La nonna, invece, che vidi solo nel tardo pomeriggio, non era arrabbiata per la mia sospensione. «Da quale universo vieni?» mi chiese invece dopo aver spedito Mario a comprare la maionese, nonostante i quattro barattoli in dispensa. Tipico degli uomini, che non saprebbero trovare le mutande che hanno indosso.
Comunque raccontai alla nonna di quanto successo dall’altra parte. Dopo avermi ascoltata, lei sorrise.
«Non ti ho mai vista grassa, sai?»
Non le risposi.
Per un istante pensai di chiederle alcuni chiarimenti, ma la bocca vuota dai denti, mi fece capire un principio fondamentale sugli spostamenti multidimensionali: non potevo pensare di usare il mio ultimo giorno in una dimensione per fare del male a qualcuno.
Inoltre cominciai a ipotizzare che gli universi si compensassero tra loro. Malauguratamente queste ipotesi mi vennero confermate dalle circostanze successiva, e nella maniera più dolorosa.

<< Parte 3

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