Le dimensioni contano – Parte 18

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Al risveglio in una nuova dimensione la madre non ricorda di averla colpita in fronte. La protagonista è indecisa se rivelarle o meno la verità.

Scelsi di raccontare la verità. Mia madre restò sorpresa, affermando che non ricordava di avermi mai colpito in passato, in nessuno degli universi in cui era stata.
Non le credetti. Più passava il tempo e meno mi fidavo dell’unica persona di cui a rigor di logica avrei dovuto fidarmi. Ma accettai le sue scuse, che ritenni sincere.
Nei giorni successivi lavorammo assieme sugli appunti di Marco, provando vanamente a decifrare soprattutto i calcoli matematici. Eravamo in alto mare quando mi venne il ciclo.
Al risveglio del nuovo universo trovai le solite differenze che compensavano la dimensione precedente: i lividi erano nella fronte di mia madre e non sulla mia; ero io a non aver mai letto It, che la mia vecchia invece conosceva a memoria; l’agenda non c’era.
«Effettivamente esisteva un’agenda rossa», constatò mia madre quando gliene parlai. «Ma non capisco come possa essere finita nelle mani di Andrea».
«Aveva una relazione con Barbara», rivelai senza tatto, senza considerare che quella versione di mia madre potesse o meno esserne al corrente.
«Barbara chi?» chiese infatti sorpresa.
Le raccontai dell’incidente in moto, ma mia madre scosse il capo. «C’è stata una Barbara nella vita di Andrea, ma non è morta con Marco», affermò. «È successo molto prima».
Non aggiunse altro e io non insistetti. Senza agenda mi sentivo fottuta, un poco come i tirapiedi del tenente Harris quando finiscono al Bar dei Finocchi nei vari episodi di Scuola di Polizia.

Giorni dopo saltai la scuola. Avvertii mia madre, senza però aggiungere che avrei avuto ospiti a casa. Non le dissi nemmeno che avrei usato il suo letto per lasciar confortare la mia patata del cetriolo di Max. Verdure a parte, alle 10 del mattino ero impegnata nella posizione chiamata cavallo a dondolo acido: Max stava sotto, seduto a gambe incrociate e con le mani poggiate al letto; io ero sopra, muovendomi su di lui. Perché “acido”? Perché in sottofondo c’erano i Prozac +.
«Che diavolo è quello?» dissi improvvisamente.
Non era da me sfilarmi un cazzo dalla fessa, soprattutto se era duro come il marmo di Carrara e prossimo ad esplodermi dentro come il Vesuvio su Ercolano e Pompei. Ma sulla mensola sovrastante la spalliera del letto avevo individuato la stramaledetta agenda rossa. Non era semplice vederla, visto che completamente celata da una serie di libri che la circondavano, sovrastavano e coprivano. Mi sollevai di scatto, camminando involontariamente sullo scroto di Max.
«Non avevo finito», protestò inizialmente.
«Devi andartene», gli dissi invece frettolosamente, scendendo giù dal letto e passandogli gli indumenti in modo che si rivestisse.
Mi guardò titubante. «Che ti ho fatto?»
«Nulla», risposi affannosamente, perché se la mia fica avesse avuto le mani, quel giorno mi avrebbe strozzata. «Vattene e basta: è casa mia!»
Max si tolse il profilattico e me lo scagliò addosso; però obbedì. Non lo accompagnai alla porta, anche perché in frangenti simili era giusto lasciargli sbollire la rabbia per conto suo.
Quando sentii Max uscire mi fiondai sull’agenda. Era effettivamente simile a quella che avevo avuto per le mani nell’altro universo, ma gli appunti sui viaggi interdimensionali erano praticamente assenti, circoscritti a una sola pagina. Il resto erano tediose poesie, presumo dedicate a io-sapevo-chi.
«Questa?» chiesi a mia madre quando rientrò da lavoro, mostrandole l’agenda. «Quando è che io e te cominciamo a giocare nella stessa squadra?»
Fu inutile. Scosse il capo e fece per allontanarsi.«Non è il momento».
Non ci vidi più e mi scaraventai su di lei. La afferrai per la maglietta, poco sotto il colletto. Spinsi il suo petto all’indietro fino a farle perdere l’equilibrio e a quel punto la tirai verso di me. La colpii con una testata precisa, frantumandole il setto nasale.
«Cristo santo», berciò mia madre, il cui volto era diventato rapidamente una maschera di sangue.
«Scusa», risposi sconvolta e preda dei sensi di colpa.
Fu però la metaforica ultima goccia che fece traboccare il vaso, anche se sarebbe più opportuno parlare di un’ultima cagata che fece esplodere la fogna. Dal mio punto di vista, se mia madre sapeva qualcosa, doveva dirmela; o se non doveva dirmela, doveva quanto meno spiegarmi il perché.
Per lei invece era diverso, perché la mia presenza la faceva sentire in pericolo.
«Fuori da casa mia!» disse la sera, mostrandomi la valigia.
Non ci vedemmo per due anni.

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15 pensieri riguardo “Le dimensioni contano – Parte 18

    1. Credo che una delle “forze” di questa storia sia nell’assenza di un vero buono. Dal mio punto di vista (da lettore di me stesso) la madre è la persona più pura di tutto il racconto. Guida anche il lettore con il mantra del “un giorno capirai”.

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        1. Ahahahah. Io ho letto tutta la storia e la fine della madre è molto disarmante. – Conta che tu vedi un solo fascio di madri, cioè le sole madri che hanno partorito la protagonista. E comunque la maestrina si è fatta una testata 😀

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