Le dimensioni contano – Parte 17

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Si ritrova a chiacchierare con Andrea, padre della sua migliore amica, che tecnicamente non è mai nata.

Avevo cominciato a viaggiare tra gli universi sei anni prima, “partendo” da una dimensione in cui sospettavo che Andrea e mia madre scopassero. Non mi stupì dunque apprendere di una precedente relazione tra Marco e la madre di Sonia, che consideravo come l’ennesima compensazione tra un universo e l’altro. Mi seccava la morte Barbara, verso la quale in passato avevo nutrito un certo affetto; e mi scocciava apprenderlo da Andrea.
«Perché mi hai cercato?» chiesi anche per cambiare argomento.
Mi guardò scettico. «Non sono stato io a cercarti. Sei stata tu a contattarmi via email», rivelò con voce calma.
Era il 1998 e alle mie orecchie la parola email risuonava familiare quanto ustilaginacee, incunabolo o fisting. Ero stata in universi dove sapevo usare il computer, in particolare quelli in cui ero una studentessa di un istituto tecnico. In quello in cui mi trovavo ero però più ferrata su Seneca e Italo Svevo. Per me il computer era un giocattolo costoso e ingombrante, un passatempo serale per tutta quella gente con cui nessuno voleva chiavare o semplicemente uscire.
Non sapendo se Andrea sapesse o meno dei miei spostamenti interdimensionali, mi adattai: «Mi sono espressa male», mentii quindi. «Credevo ti facessi vivo prima».
«Prima non avevo questo», spiegò aprendo la sua valigetta, da cui tirò fuori un’agenda rossa.
«Piuttosto vecchia», commentai dopo averne osservato i bordi usurati e la copertina scolorita. «Apparteneva a Barbara?» chiesi.
Ancora una volta Andrea mi fissò affettuosamente. Probabilmente conosceva più dettagli di quanti non ne conoscessi io, notizie che aveva paradossalmente appreso da una delle tante me. Mi chiesi come mai fossi all’oscuro da certe informazioni, domandandomi se me le fossi nascosta da sola, o se fossero intervenute mia madre e mia nonna.
«Marco ero una persona singolare», mi spiegò Andrea con l’ammirazione di chi ha visto crepare il tizio che gli scopava la futura moglie. «E qui dentro ha scritto certe robe che spero di non aver capito».
«Che significa?»
Non rispose. «Fingi che sia morto anche io», ordinò bruscamente. «Perché non ti aiuterò più in futuro».
Io annuii e lui si congedò. Tornando verso casa due lacrime impattarono rapidamente contro le mie labbra. Per me Andrea era ancora il padre di Sonia e rappresentava l’ultimo scampolo superstite della mia infanzia unidimensionale. Ricordavo di aver cenato a casa sua, di aver giocato nel suo salotto e aver cagato nel suo water. Certo, non era avvenuto nell’universo in cui mi trovavo in quel momento; ma ricordavo di averlo vissuto e non riuscivo a dimenticarlo.
«Cos’è quella roba?» chiese mia madre quando mi sorprese a leggere l’agenda di Marco.
«È ciò che immagini», risposi senza sollevare lo sguardo, nemmeno fossi la protagonista di un porno dai toni noir. «Magari potresti aiutarmi a decifrare qualche passaggio, per me è arabo».
In quelle pagine era scritte informazioni complesse, molte delle quali per me incomprensibili. Non era solo la fisica a turbarmi, ma tutti i riferimenti alla biologia evolutiva e all’esistenzialismo filosofico. Marco aveva avuto un interesse molto ampio nei confronti degli universi paralleli, come se fosse stato più curioso di capirne il perché, piuttosto che il funzionamento. In soldoni, il mio patrigno era stato una specie di secchione.
«Se capissi quella roba, non credi che avrei già provato a spiegartela?» chiese mia madre con tono apparentemente retorico.
«Non so più se mi fido di te», ammisi.
«Non devi fidarti di me», si inalberò diventando rossa come il culo di uno scimpanzé. «Ma fatti una domanda onesta una volta buona: credi davvero che io abbia scelto di mettere al mondo una figlia, sapendo che sarebbe stata destinata a quest’esistenza del cazzo?»
Stavo per risponderle, ma mi scagliò contro un vecchio vaso in porcellana. Esattamente come capitato con It, mi prese in pieno.

Pochi giorni dopo rientrai da scuola. Indossavo un berretto, perché dovevo coprire in qualche modo i due lividi sopra la testa. Io e mia madre non ci parlavamo dall’episodio del vaso. Ero dunque pronta all’ennesima giornata di reciproco silenzio, quando la trovai in cucina che ancheggiava sulle note di Acida dei Prozac +.
«Ciao tesoro mio», salutò affettuosamente. «Che hai fatto in testa?»
«Una stronza mi ha tirato contro un vaso di porcellana», affermai sarcastica.
«Scherzi?» chiese preoccupata con la faccia di chi ha appena scartato una barretta di merda credendola Gianduia.
Non era più quella della sera prima, e a quanto pare l’altra lei non le aveva lasciato alcun appunto sul diario. Mi trovavo dunque di fronte a un bivio: inquietarla con la verità o rassicurarla con una bugia?

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41 pensieri riguardo “Le dimensioni contano – Parte 17

                    1. No, volevo riassumere l’attaccamento comune dei sardi attraverso un ricordo d’infanzia, ma ingenuamente visto che tu non lo puoi conoscere. Allora cerco di salvarmi in corner e diciamo che l’attaccamento dei sardi si può ritrovare in quello che credo essere l’unico corpo “regionale” dell’esercito.

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                    2. Il territorio è relativo, anche perché architettonicamente siamo determinati dalle case in fango e geologicamente siamo caratterizzati da un vulcano estinto (5 km da casa mia). Mi riferisco soprattutto all’aspetto antropologico/culturale.

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