Le dimensioni contano – Parte 16

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Una telefonata improvvisa la spinge a saltare la scuola, ma la madre la incalza e non sembra lasciarla andar via senza un chiarimento.

Mia madre non sembrava intenzionata a desistere e io non avevo un motivo ragionevole per mentire ancora sul mio appuntamento. In fin dei conti era una faccenda che in parte la riguardava, e di cui poteva magari conoscere dettagli che magari a me sfuggivano. Se inizialmente avevo taciuto, era stato solo per non coinvolgere anche lei nell’ennesima questione interdimensionale e lasciarle invece un poco di serenità e normalità. Presumo che a parti invertite lei avrebbe fatto altrettanto.
«Devo vedere Andrea», confessai allora. «Era lui ieri al telefono».
Mi fissò perplessa. «Andrea chi?»
«Il marito di Barbara, la nostra dentista», spiegai. «Il padre di Carolina», aggiunsi sottovoce, inibita dal cordoglio.
Il ricordo di quella tragedia era ancora doloroso, soprattutto perché dopo sei anni continuavo a ritenermi responsabile. Non era certo un lutto che potevo affrontare con una psicologa, perché avrei dovuto rivelare la mia capacità di spostarmi tra gli universi; né potevo confidarmi con le mie amiche, perché avrei dovuto tacere su un sacco di sfumature. E certamente non potevo parlarne con mia nonna, la cui sopravvivenza era stata compensata dalla morte di Carolina.
«Incontri Andrea: interessante!» esclamò mia madre. «Ma non facevi prima a dirmi subito la verità?» chiese retoricamente.
«Non volevo turbarti», ammisi.
Scosse il capo. «Mi vedi turbata?» chiese. «In universo ti ho vista ammazzare il cane dei vicini con un rastrello arrugginito, e in un altro hai provato a darmi fuoco», rivelò. «Ormai non mi turba più nulla di te».
Rimasi gelata da quelle parole. Non mi colpì apprendere di altre me capaci di gesti tanto brutali ed efferati, perché comunque avevo sulla coscienza l’occhio di Emma, i denti di Carolina e l’aggressione a Pamela. Mi impressionò però la naturalezza che accompagnò quell’affermazione di mia madre, l’agghiacciante percezione di essere considerata inquietante.
«Faccio così… così tanta paura?» le domandai esitante.
Mia madre sorrise amaramente. «A dodici anni hai quasi reso cieca una coetanea», mi rammentò cinica, guardandomi negli occhi, «per anni hai avuto la freddezza di inciderti  con un bisturi», disse. «Dio solo sa se e quanto ti eccidi quando vedi sangue», aggiunse severa. «Secondo te, una figlia che fa queste cose mette paura?»
Non le risposi, non me ne diede il tempo. Lasciò cadere il mio zaino sul marciapiede e si allontanò.

Raggiunsi la stazione in leggero anticipo e ne approfittai per fare colazione. Malauguratamente entrai in un locale dove avevano finito il caffè, e dunque ordinai un bicchiere di grappa.
«Non ho finito il caffè», obbiettò però il barista. «E mi sembri troppo piccina per far colazione con la grappa», aggiunse paterno, mentre i suoi occhi da barracuda prendevano accuratamente le misure delle mie tette.
«Sai che potrei essere tua figlia, vero?» gli feci notare.
Smise di guardarmi il décolleté e mi servì un caffè corretto con la Sambuca, che tra l’altro non mi fece nemmeno pagare. Lo ringraziai, ma con la stessa riconoscenza che in genere si dispensa per chi ti stappa una fogna o per un pizzaiolo che si è appena scaccolato ma ha l’accortezza di lavarsi le mani prima di impastare la pizza.
Uscita dal bar, mi diressi verso i treni. Quindi, passeggiando lentamente, raggiunsi il binario 4. Non vedendo subito Andrea, cercai una panchina per sedermi.
«Ma dove cazzo è finito?» sospirai quando mi resi conto che l’orologio sopra la mia testa segnava le 8:10 passate. «Merda», berciai subito dopo, rendendomi conto dell’enorme “4” azzurro su sfondo bianco appeso di fianco all’orologio: avevo sbagliato binario.
Mi sentii più stupida di quelli che provano a lavarsi i denti con una la levigatrice per il marmo. Speravo che non se ne fosse andato, anche perché non avevo idea di come contattarlo per scusarmi e chiedergli un eventuale secondo appuntamento. Per mia fortuna Andrea aveva avuto la pazienza di attendere, anche se fumava con l’enfasi di quelli che si ficcano una sigaretta calda tra le labbra per soffocare il desiderio di una colorita e catartica successione di roboanti bestemmie.
«Scusa il ritardo», cominciai avvicinandomi.
«Scusa un cazzo», rispose bruscamente. «Tra venti minuti devo essere in ufficio».
Sospirai. «Mi dispiace», mi scusai retoricamente, provando a sorridergli. «Come sta Barbara?»
Non rispose e mi fissò con astio: Barbara era morta nel 1976, assieme a Marco, ma io non lo sapevo.

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