Le dimensioni contano – Parte 12

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Dopo essere stata nella singolarissima cuspide, si risveglia in un universo canonico. Tuttavia non tutto è ok, visto che un uomo, che altrove è il suo patrigno, sembra essere sulle sue tracce

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Quell’uomo identico a Luca, mio patrigno nella cuspide, che reggeva tra le mani una videocamera puntata esattamente sulle mie cosce, si rese rapidamente conto che mi stessi dirigendo frettolosamente verso di lui. Non ne fu felice, credo, visto che scattò come un centometrista. Mi si scagliò scontro, investendomi con la furia di un toro imbizzarrito, colpendomi violentemente con una spallata e facendomi ruzzolare a terra. Del resto, l’unico modo che aveva per seminarmi era mettermi prima k.o.
«Ci è riuscito», commento infatti mia madre, «e piuttosto bene».
«Poteva andar peggio», smorzò invece l’ortopedico, uno stangone biondo sulla quarantina che mi bloccava con un tutore la spalla lussata.
Credo che mia madre, da come lo guardava, avesse un debole per quel medico. Generalmente era attratta da chi lavorava in ambito sanitario. Inoltre le piacevano gli individui allampanati, con occhi azzurri e belle mani, esattamente come il quarantenne che si occupava della mia lussazione. L’uomo ideale di mia madre, a pensarci bene, era Clint Eastwood. Malauguratamente, il Buono di Sergio Leone era accasato da tanto, e le belle mani dell’ortopedico, che probabilmente mia madre immaginava far dentro e fuori dalla sua fessa umida, erano munite di perentoria fede nuziale.
«Sei sposato?» domandai comunque civettuolmente, sorridendo poi a mia madre.
«Sì», replicò lui, senza imbarazzo, ma con la ruvidità tipica del “fatti due chili e mezzo di cazzi tuoi, baby”.
«Peccato!» considerai maligna.
Mia madre mi fulminò con lo sguardo, ma non commentò. In genere si sarebbe scusata al mio posto, oppure mi avrebbe fatto notare di essere stata inopportuna. Forse non era in vena di richiami; forse aveva talmente tanta voglia di farsi sborrare le tette dall’ortopedico, e non solo le tette, da temere che parlando le sarebbe scappato qualcosa di magistralmente imbarazzante; forse era invece preoccupata per ciò che mi era successo. O magari, come spesso capitava, l’odore del disinfettante medico la nauseava.
«Ti sei comportata da stronza», mi disse quando ci ritrovammo in auto, dirette verso casa.
«Con il medico?» ridacchiai. «Si vedeva lontano un miglio che volevi fartelo piazzare in culo di fronte a me».
Quell’ultima frase sortì un effetto non esattamente gradito. Raramente mia madre dilatava le narici e mi osservava come se volesse cavarmi via gli occhi con una forchettina per lumache, ma quella volta accadde. Forse avevo ecceduto in confidenza, e probabilmente ero stata piuttosto colorita. Sicuramente stavo trascurando che quella spalla lussata non fosse dovuta solo a un incidente, ma a un episodio più importante e preoccupante.
«Ho esagerato», ammisi. «Scusami!»
Mi sorrise teneramente e sollevò leggermente il volume dell’autoradio. Cominciavo a chiedermi se i DJ potessero suonare anche altri dischi che non fossero Shy Guy di Diane King, visto che la si ascoltava in continuazione su qualsiasi emittente ci si sintonizzasse.
Sicuramente non avevo voglia di ascoltare qualcosa che mi piaceva alla mia vecchia, perché è usanza antropologica che i figli ritengano merda i gusti musicali dei genitori, e viceversa. Con mia madre poi, che andava avanti a suon di Eurodance, Dancehall e Techno, era quasi fisiologico.
«Davvero ti piace questa porcheria?» chiesi infatti.
«È carina», confermò con leggerezza. «Oh lord, have mercy mercy mercy, a man dem in a di party party party», canticchiò felice. «Ora come farai a scrivere?» chiese quindi.
«Con la penna», replicai pungolante, anche se la sua osservazione non era stata fuori luogo. Ero mancina, quindi avrei avuto difficoltà a scrivere e mangiare. Eppure, io ero preoccupata da altri due aspetti: come avrei fatto a sgrillettarmi? Come avrei fatto a pulirmi il culo con la destra, dopo che per quindici anni avevo usato esclusivamente la sinistra?
«Devi stare più attenta in futuro», riprese nel frattempo mia madre. «Tu viaggi tra gli universi, scrivere è fondamentale per una come te», mi ammonì severamente.
Non feci obiezioni. «Quel tizio», spiegai invece parlandole di Luca. «Era uguale a quello che nella cuspide era tuo marito», continuai. «Occhi scuri; stempiato, biondo; mascella grande; sopracciglia strane, tipo alla Jack Nicholson».
«Cosa ti ho detto riguardo la cuspide?»
«Ok», replicai. «La cuspide mostra un mondo che c’entra those majestic catsi con il nostro», affermai sarcastica, «ma quell’individuo mi filmava», le ricordai. «Mi sembra un dettaglio significativo»
Mia madre annuí e si arrese all’evidenza. Non poteva continuare a dirmi solo una parte di ciò che sapeva, doveva darmi modo di difendermi.
«Quell’uomo non si chiama Luca», spiegò allora, quasi mortificata. «Si chiama Marco…»
Lo conosceva.

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