Le dimensioni contano – Parte 11

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Dopo 15 anni in cui la sua famiglia è stata costituita solo da sua madre, si sveglia in universo in cui ha un patrigno e un fratello. Malauguratamente la permanenza in questo universo singolare, chiamato “cuspide”, dura una manciata d’ore.

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Inizialmente, al risveglio mi sentii sollevata.
L’ansia dell’interrogazione era scomparsa, e assieme ad essa era svanito anche l’insolito terrore di far scena muta al cospetto del professore. Ma quel sollievo si sciolse in fretta, come l’ottimismo di un tredicenne che sta per osservare il cazzo dell’amico superdotato.
C’era qualcosa di familiare nell’universo in cui mi ero risvegliata, molto più familiare della norma. I suoni, gli odori, il modo in cui il sole faceva capolino dalle tapparelle in legno: sembrava tutto nuovo, ma paradossalmente molto simile a qualcosa di già vissuto.
Mi alzai dal letto perplessa e mi svestii. Osservandomi nuda allo specchio, mi resi conto di essere molto diversa. Il mio petto era nuovamente vergine, senza tagli o incisioni. Le ferite con il bisturi, e di conseguenza le informazioni scalfite sulla mia pelle e la mia carne, erano scomparse. O meglio, osservando da vicino l’epidermide, mi sembrò ragionevole che in quell’universo non mi fossi mai incisa.
«Buongiorno», salutò mia madre quando la raggiunsi il cucina.
Era felice e ballava sulle note di Shy Guy della stramaledetta Diane King, che detestavo. Presumo avesse scopato la sera prima, anche se non sapevo con chi; né mi interessava saperlo.
C’era solo lei, nessun fratello, nessun patrigno. L’idea di aver avuto un incubo era sempre più viva.
«Vuoi il caffè?», propose mia madre.
«Non sono troppo piccola per il caffè?»
Lei sollevò le spalle. «Lo prendi da un anno», fece notare, rendendosi probabilmente poi conto che il mio era un risveglio interdimensionale. «Da dove vieni?» chiese infatti.
Inizialmente non le risposi. Pensai di essere disorientata per via degli ormoni, oppure impressionata dall’incubo, o presunto tale, che avevo fatto durante la notte. Però mi sembrava di aver già vissuto quella mattina, anche se in realtà non stava capitando nulla di già visto, già ascoltato o già percepito. Potevo rivivere un giorno già vissuto, ma che per qualche irragionevole motivo avevo dimenticato?
«Ho fatto un sogno strano», confidai allora. «Tu eri sposata e avevo un fratello e…»
«Non era un sogno», mi interruppe mia madre. «Eri nella cuspide».
La fissai perplessa. «Come lo sai?»
Non rispose alla mia domanda. «Non dare importanza alla cuspide», aggiunse però. «È come un incubo, e quello che ti fa vivere non c’entra nulla con ciò che poi ritrovi al risveglio».
Piuttosto chiaro. Forse il modo migliore per capire qualcosa di complicato è fartela spiegare da chi ne capisce ancora meno di te; oppure, più semplicemente, per mia madre gli universi paralleli non erano un fenomeno fisico, ma la quotidianità di tutti i giorni.
«Porca puttana trigonometrica», affermai. «Inquietante!»
«Stai bene?»
Stavo bene.
Gli oggetti attorno, l’arredamento della casa, l’acconciatura di mia madre, i miei indumenti, il dolore al braccio sinistro conseguenza di una spallata durante l’allenamento di palla mano pochi giorni prima: tutti segnali che identificavano l’universo in cui mi trovavo identico all’ultimo in cui ero stata prima di finire nella cuspide.
Che poi non era proprio identico, visto che il mio corpo era cambiato.
Avevo dunque bisogno di un bisturi o di un diario, per lasciare le giuste informazioni alla me che avrebbe preso il mio posto dopo le mestruazioni. Volevo rendermi utile, nonostante fossi probabilmente insignificante nel futuro di quella dimensione, un poco come un cuck che spompina il Bull che poi gli scoperà la moglie.
«Quello con la copertina di Snoopy», dissi al cartolaio, indicando un quaderno identico a quello che nella cuspide avevo ricevuto da Luca.
«Dodicimila lire», fece lui, ancheggiando sulle note di Shy Guy. Cominciavo ad avere il sentore che quella hit ci avrebbe fratturato le ovaie per tutto l’autunno successivo.
Ficcai “Snoopy” nello zaino, dove intravidi qualcosa che in meno di quarantott’ore avevo dimenticato: la lettera. Pensavo che fossero le due stucchevolissime facciate in formato A4 in cui rivelavo a Daniele di essere attratta da lui, ma sbagliavo. La grafia non era mia, ma di Daniele. I ruoli si erano invertiti.
Leggendo sorrisi, le parole del mio coetaneo erano ispirate e gentili. Ne fui parzialmente compiaciuta, ma il mio corpo non reagì. La mia fica era più arida della vetta del Kilimangiaro, e in me si addensava un sentimento inequivocabile: mi sentivo colpevole, come quando da bambina rompevo di proposito le bambole della compianta Sonia.
Eppure dieci minuti dopo, all’ingresso del Liceo Scientifico che frequentavo in quell’universo, quando il povero Daniele si avvicinò per chiedermi se avessi o meno letto la sua lettera, lo invitai poco gentilmente a sciacquarsi via dalle ovaie.
«Mi dispiace», provò a scusarsi lui, nonostante in quel momento la stronza fossi probabilmente io.
Lo ignorai, affrettando il passo. Ero intenzionata a raggiungere la mia aula e cominciare ad appuntare le prime informazioni sul diario. In corridoio però qualcuno mi puntava contro l’obbiettivo di una videocamera amatoriale. Quel “qualcuno” era identico a Luca, mio patrigno nella cuspide.

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17 pensieri riguardo “Le dimensioni contano – Parte 11

    1. È il principio di indeterminazione. Gli universi sono possibili e impossibili finché non ci entri dentro. Riguardo alle varie lei, tra qualche tempo cominceranno a comunicare (anche se brevemente e non nel senso di telefonarsi a vicenda).

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