Le dimensioni contano – Parte 9

Riassunto: la protagonista, quando ha il ciclo, si muove per gli universi. A furia di spostarsi, si risveglia in un universo in cui chiama “papà” un uomo mai visto prima.

Credevo fosse diverso avere un padre. Speravo infatti di nutrire nei suoi confronti un’affezione profonda, come quella che provavo per mia madre. Ma i sentimenti che percepivo per uno erano molto minori rispetto a quelli che sentivo per l’altra. Rispettavo quell’uomo, ma lo rispettavo come si rispetta un professore a scuola, o come si rispetta un pescivendolo che non piscia nell’acqua dove tiene le anguille. Nessun amore per lui, o quella roba lì tra consanguinei che provano sentimenti l’un l’altro, come Marge e Lisa, Rory e Lorelai, Peter Griffin e chiunque non sia Meg.
«La colazione è pronta», affermò comunque l’uomo che rispettavo ma non amavo.
«Arrivo», dissi sbadigliando come un ippopotamo dal dentista.
Mi sollevai dal letto per andare a specchiarmi. Volevo vedere cosa mi fossi lasciata sulla carne, ma trovai inciso solo un enorme e sibillino punto interrogativo che da sotto il seno arrivava poco sopra l’ombelico.
«E quindi?» chiesi inutilmente a me stessa.
Studiai dunque la mia camera da letto, e guardando ciò che era appeso al muro, mi resi tragicamente conto di essere una secchiona: il prospetto con l’orario delle lezioni, le scadenze delle esercitazioni e il diagramma della mia media scolastica. Che tristezza! E pensare che nell’universo da cui provenivo avevo il poster di Duff, quello di Slash e un double di Axl.
«Vediamo il diario della me secchiona sfigata», affermai allora sarcastica.
C’era effettivamente un diario scolastico, altra anomalia rispetto agli universi precedenti. Tra le pagine trovai molte cazzate da cocca della maestra, come l’elenco di materiale didattico da acquistare, appunti su scioperi e ritardi, date di convegni o programmi tv consigliati dai docenti, e via discorrendo.
«Ma che sfigata!» commentai.
Tra le pagine trovai alcune stampe dalla mia Polaroid.
«O mio dio!!» impallidii quando mi vidi in foto. Vestivo come una fan dei Cure: rossetto nero, smalto nero, felpa nera, panta nero, anfibi neri, giubbotto nero, capelli tinti di nero, trucco tipo Siouxies e quello sguardo assente tipico dell’adolescente “domani mi taglio le vene”.
Scoprì di avere anche un ragazzo, anche se non eccedeva per bellezza. Era molto alto, biondo, per certi versi carino; ma era anche molto sovrappeso, sui duecento chili. Mi vennero i brividi a pensarlo nudo, sopra di me.
«Chissà quanto suda un ciccione simile mentre scopa», considerai infatti.
In realtà, la mia fica la pensava diversamente, tanto che mi sentii più umida di Piazza San Marco durante l’alta marea. Evidentemente quell’ammasso di lardo mi piaceva. Ero nell’universo dove mi bagnavo per i ciccioni.
Che non avessi un debole per Pavarotti?
Sfogliando ancora il diario, trovai le lettere del biondo corpacciuto. Appresi il suo nome, Gabriele, che mi aveva appena lasciata, e che si era trasferito altrove, a 200 chilometri da Sassari.
La me secchiona doveva esserci rimasta molto male. Io invece lo trovai divertente: «Daniele se ne è andato e non ritorna più», canticchiai infatti su l’aria de La Solitudine di Laura “Culogrande” Pausini, «il tramezzino delle sette e trenta senza luiiii!»
Chiuso il diario, raggiunsi il resto della famiglia in cucina.
C’erano mamma, l’uomo che avevo chiamato “papà”, e un bimbo in età da felpa dei Power Rangers , incisivi mancanti e capelli a spazzola tanto impregnati di gel da sentire l’odore di Prokin a distanza di chilometri. Mi sedetti a tavola e provai un profondo fastidio per la canzone in sottofondo, aggressiva e cacofonica; eppure era la stessa Don’t Cry che in altri universi adoravo.
«Sei strana», considerò mia madre, più fredda di una tonnellata di ghiaccioli. «Come mai non ti sei ancora truccata?»
Non avevo intenzione di conciarmi come la me filo-suicida che avevo visto dalle foto. Né avevo intenzione di farmi chiavare da un altro ciccione, anche se ancora una volta la mia fessa espresse il proprio profondo disappunto bagnandosi come la costa ligure ad Agosto.
«Oggi non mi va», tagliai corto. «Non posso essere Dark per sempre».
Non sapendo se fossi celiaca, diabetica, allergica a nichel, zinco o alla barbabietola da zucchero, scelsi di far colazione con il caffè. Ma quando riempii la tazzina, mia madre me la tolse di mano.
«Sei troppo piccola, questa roba non ti fa dormire», affermò severa. «Bevi il latte!»
Riassumendo: ero troppo piccola per il caffè, ma abbastanza grande da truccarmi come una groupie dei Cult e andare a letto con un tizio che durante una scopata poteva involontariamente soffocarmi a morte. E la fica, su quest’ultimo pensiero, si inzuppò ancora, come i Gran Turchese che buttavo dentro il latte.
Così, mentre finivo la mia colazione da bambina-grande-ma-non-grande-abbastanza, mia madre si allontanò con mio fratello.
L’uomo che avevo chiamato “papà”, e che mia madre invece chiamava Luca, sparì per due minuti, facendo poi ritorno con un quaderno, che mi porse. Era un quadernone, un formato A4 con fogli a quadretti, sulla cui copertina era rappresentato il cane Snoopy.
Lo sfogliai, riconoscendo la mia grafia. Cominciai a leggere, ipotizzando rapidamente che fosse una sorta di diario interdimensionale.
«Papà, che significa?» domandai perplessa.
«Non sono tuo padre», specificò. «Solo io so che ti sposti tra gli universi», replicò freddo.
«Mamma te ne ha parlato?»
«Tua madre non sa che viaggi», disse. «Lo so solo io. Questo non è un universo comune, ma una cuspide!»
«Una che?»
Mi spiegò allora il funzionamento degli universi paralleli. Mi parlò della loro inter-boh, e che i boh di boh e che il loro boh superiore di un boh creasse una cu-boh, che mi traslava in un boh di un boh analogo al precedente boh di boh da cui ero precedentemente uscita.
«Capito?»
«Sì!» replicai sarcastica. Avevo capito di non capirci una fava!
Provò con una spiegazione più semplice, ma fu come provare ad insegnare a un elefante a suonare le maracas o cantare La Bamba. Fece anche un terzo tentativo, poi si arrese.
«Chi è mio padre?» domandai allora.

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