Le dimensioni contano – parte 3

Riassunto: la protagonista viaggia tra gli universi quando le viene il ciclo.

Prevedibile come una bestemmia dopo che sbecchi lo smalto appena messo, il risveglio del mio dodicesimo compleanno avvenne in un universo parallelo. Ero pronta a tutto: mia madre vegana; mia nonna con una cresta da punk; un Sax alla Lisa Simpson conservato nell’armadio; i miei compagni di classe schiavi di una multinazionale del tabacco; ritrovarmi un cane bavoso chiamato Voltron sdraiato a bordo letto.
Nulla di tutto ciò.
L’universo in cui mi ero risvegliata poteva quasi definirsi identico a quello precedente, se non fosse stato per uno stramaledetto e tutt’altro che insignificante dettaglio: ero grassa.
Porca puttana bulimica!
Io che spesso facevo fatica a finire la cena, che detestavo i dolci, che non avevo mai fame, come diamine avevo fatto a diventare sovrappeso?
Pensai di chiederlo subito a mia madre, sperando che anche lei non assomigliasse a uno scaldabagno con mani e piedi, ma andò diversamente. Lei era magra, ed entrò in camera mia senza bussare. Dopo che si fece fulminare dal mio sguardo ostile per aver dichiarato di trovarmi bellissima, e dopo avermi fatto gli auguri di un sereno e felice compleanno, dimenticandosi “lardoso”, mi disse che lei e la nonna dovessero parlarmi.
Mentre annuivo, mi resi conto di avere l’alito da cadavere in putrefazione.
«Porca sultana tabagista!» sussurrai con la mia vocina da principessa incatarrata. Non era ciò che volevo dire. «Porca Sultana censurata!» riprovai, inquietandomi.
Sentivo qualcosa di gelido poco sotto il mio collo lardoso da bovino sovrappeso: era un crocifisso. Ero finita in un cazzo di universo in cui ero credente, in cui non bestemmiavo, né usavo il turpiloquio.
Ciò che maggiormente mi innervosiva, era la presenza di Dio dentro di me. Cristo Santo, ci credevo davvero. Percepivo quella merdosa e ottusa devozione che avevo sempre ringraziato un dio indeterminato e pagano di non avermi affibbiato. Sentivo una strafottuta voglia di inginocchiarmi a terra e chiedere scusa per dodici anni di peccati.
«Questa poi», dissi assecondando il mio istinto. «Nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo, amen…»
Venti minuti dopo mi ritrovai seduta in cucina. Mi vergognavo di me stessa, dei miei peccati, del fatto che fumassi di nascosto, e del peccato di gola che commettevo costantemente (grazie al Cazzo!)
Sopra il crocifisso, indossavo un orribile pigiama amaranto: grassa e con quel coso addosso sembravo un M&M’s.
«Tesoro», cominciò la nonna con tono solenne, «a breve diventerai Signorina e…»
Ero in un altro stramaledetto universo in cui non avevo ancora avuto lo stramaledettissimo menarca.
«Di nuovo?» sibilai sottovoce.
Di nuovo.
Nonna e mamma mi stavano rivelando la caratteristica di famiglia, propinandomi un discorso che non sapevano avessi già sentito, rassicurazioni che non avrei voluto ascoltare un’altra volta, ed episodi che sapevo ormai a memoria. Tutto questo mi capitava da prigioniera in un corpo che al minimo movimento sudava come una mozzarella campana.
Sospirai infastidita, ma sorrisi.
Il mio istinto cattolico condannava acidità e sarcasmo. Se fossi nata con una proboscide al posto delle braccia, forse mi sarei sentita molto meno strana. Ero disorientata da tutto quel bigottismo e perbenismo che mi scorreva nelle vene.
«So tutto», le interruppi. «Quando ho le mie cose, viaggio tra gli universi», sintetizzai, anche se avrei voluto aggiungere un gran bel bestemmione per sottolineare il mio disappunto.
Invece mi segnai, mi venne naturale vedendo la colazione.
Mi venne anche voglia di scoprire cosa ci fosse dentro il pacco infiocchettato poggiato sul tavolo. Che diavolo si regala a una cicciona cattolica? Una Barbie suora commestibile? Un abbonamento in palestra? Uno screening alle arterie? Un vibratore al sapore di Nutella?
Nulla di ciò. Il pacco conteneva i cd dei New Kids on The Block, che in quell’universo non possedevo ancora.
I giorni successivi furono pesanti, letteralmente. Non ero abituata a pesare più di 40 kg. Mi scoprii impacciata, incapace di svolgere attività che altrove mi risultavano naturali. Avevo sempre fame, e il fiatone non mi abbandonava mai. Soffrivo anche di intense paturnie quando qualcuno mi osservava. Non amavo stare con i miei compagni di classe, che non mi rispettavano.
In particolare subivo Carolina. Carolina era la figlia di Andrea e Barbara, che in questo universo erano genitori di una stronza molto più stronza di quanto non era stata Sonia due universi prima.
A differenza di quanto però era capitato con Sonia, io e Carolina non eravamo affatto amiche. Anzi, lei passava il tempo a prendermi in giro per via del mio peso. Mi chiamava “palla medica”, “mongolfiera”, “pachiderma”, “ciccia bomba”, “scaldabagno” e soprattutto “betoniera”: tutti nomignoli che dalle altre parti, da magra, ero io ad affibbiare alle ciccione di turno.
Inoltre quella puttana dodicenne aveva anche uno straordinario talento nel disegno. Faceva la mia caricatura in modo piuttosto credibile, e i suoi schizzi giravano nella classe come gli spinelli a Woodstock. Dovevo vendicarmi, dovevo fargliela pagare.
E quando arrivò il terzo menarca della mia vita, sperando che fosse l’ultimo, ne approfittai. Attesi Carolina fuori dal bagno, la spinsi violentemente contro una parete e cominciai a percuoterla con il bastone che in genere il bidello utilizzava per pulire i pavimenti.
Ovviamente, come capita spesso nel genere umano, nessuno intervenne per evitare che la massacrassi; escluso il bidello, che avevo però premura di riprendersi il bastone, e non di salvare quella stronza. Però tutti guardarono, incuriositi e preoccupati. Ci fu addirittura chi mi fece un applauso.
Carolina perse i sensi e sette denti. Il preside mi sospese, Barbara e Andrea ci denunciarono.
Sticazzi!, pensai, ipotizzando che il mattino successivo mi sarei risvegliata altrove, senza conseguenze.
Non avevo però capito un emerito cazzo degli universi paralleli: le conseguenze ci furono, e anche piuttosto pesanti.

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23 pensieri riguardo “Le dimensioni contano – parte 3

        1. Non puoi scegliere. Avresti la gioia di Dio dentro di te. Sarebbe impossibile rinunciarci.
          (pensa che nella prima stesura di questo racconta la protagonista bestemmiava alla grandissima – quindi non è il “Porca Puttana” che non le riesce… :D)

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            1. Eheheh. Lo so. Il fatto che non abbia scelta rende davvero inquietante la sua condizione. Vedi? Non serve un fantasma per far pausa, ma farvi immaginare che un giorno potreste svegliarvi con la voglia di andare in chiesa, in Moschea o, peggio ancora,a un concerto di Marco Masini presentato da Luciana Littizzetto.

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