Le dimensioni contano – parte 2

Riepilogo: dopo il menarca, e dopo aver sfregiato a vita una coetanea, la protagonista si risveglia in universo parallelo.

Con l’occhio bendato, mi ritrovai in cucina. Quella che mi circondava era casa mia, anche se non la riconoscevo come tale. Ero cresciuta con una madre che affermava di detestare il rustico, e improvvisamente mi trovavo invece in una cucina in muratura che sembrava uscita dal set di Walker Texas Ranger.
Di fronte a me una tazza celeste, una terribile tazza celeste.
«La usi da quattro anni», mi venne detto. «La adori».
Anche mia madre era diversa: i suoi capelli erano acconciati in un orribile permanente, e le unghie dei piedi laccate con smalto nero. Paradossalmente, la donna che mi aveva cresciuto odiava lo smalto nero e la permanente. In quel momento mi sentivo fuori posto come un grosso cazzo nel culo di un uomo etero.
«Quando ci vengono le mestruazioni», spiegò lentamente mia madre. «Al risveglio successivo ci ritroviamo in un altro universo».
«Solo noi donne?»
«Solo quelle delle nostra famiglia», specificò mamma. «Solitamente cambia la casa dove viviamo», spiegò ancora, «o magari il posto di lavoro e altri dettagli insignificanti», continuò con voce calma e materna. «Gli aspetti importanti restano identici».
«Tipo?»
«Tipo che tu sei mia figlia in tutti gli universi. E ho solo te. Ugualmente la nonna è sempre la stessa, e lo stesso sarà quando avrai una figlia tu».
«Non avrò figli», promisi spaventata.
Mia madre sorrise. «Dissi la stessa identica cosa alla nonna, lo sai?»
Non le risposi. E non mi fregava una beneamata sega di cosa lei avesse detto a mia nonna anni prima, porca puttana multidimensionale, perché mi stava piuttosto sul culo quella storia del dovermi svegliare una volta al mese in un’esistenza diversa; in particolare dopo il ciclo.
Era la mia prima volta, ma ero già stufa.
La tazza, il pigiama, le pantofole, lo smalto nero e quella stramaledetta benda. E inoltre non sapevo dove l’altra strafottutissima me multidimensionale nascondeva le sigarette. A quel punto mi accorsi di non aver voglia di fumare.
«Qui non fumi», disse mia madre, come se mi avesse letto nel pensiero.
«Come lo sai?»
«Mi muovo anche io tra gli universi», ribadì, «e sono stata negli universi dove hai sempre una tosse da troia, dove la paghetta ti dura meno di un gelato nelle mani di un ciccione e dove le tue felpe puzzano di taverna» sorrise. «Sei molto irritante quando non fumi».
«Irritabile», la corressi.
«Irritante», ribadì. «Diventi una spina in culo quando non fumi, amore mio dolce».
Sospirai. «Che cazzo ho fatto all’occhio?»
«Non dire parolacce», mi ammonì, nonostante avesse appena definito la mia come “tosse da troia”. «Hai fatto a botte durante una partita di pallamano», proseguì. «Tra qualche settimana starai bene», spiegò. «È una fortuna», aggiunse. «In un altro universo hai perso l’occhio».
Mi venne un brivido. «Emilia?» chiesi, sperando di non averla ammazzata.
«Emilia?» chiese perplessa mia madre. «Si è scusata per averti ridotta in quella maniera».
Le posizioni si erano dunque rovesciate. Non completamente in realtà, dall’altra parte io non mi ero certo scusata con Emilia.
Preoccupata, e turbata più di un metallaro dopo aver sentito Nothing Else Matter cantata da Marco Masini, chiesi di essere aggiornata sul resto della mia nuova esistenza. Volevo sapere chi fossero i miei amici e i miei compagni di scuola; che hobby avessi; quale fosse il mio piatto preferito; se Baggio giocasse ancora con la Juventus; e se i New Kids on the Block avessero pubblicato un nuovo disco.
«Qui ascolti Marco Masini», mentì mia madre, scoppiando a ridere.
Malinconoia e Disperato a parte, il resto non mi disturbò particolarmente: in quella nuova dimensione non era ancora arrivato il menarca; frequentavo la stessa scuola ma in una sezione diversa; facevo pallamano, ed ero comunque brava; andavo a cavallo una volta a settimana; sapevo strimpellare la chitarra acustica; collezionavo i fumetti Topolino e La Pimpa. Anche le mie amicizie sembravano più o meno le stesse dell’universo da cui provenivo; o quasi.
«Sonia?»
«Chi è Sonia?» si informò perplessa mia madre.
«La figlia di Andrea e Barbara», spiegai. «Barbara è la nostra dentista. Andrea uno che ti “abbracciava forte”», sorrisi maliziosa, «mentre io giocavo con la figlia».
Mia madre sollevò le spalle: Andrea e Barbara non avevano figli. Dunque Sonia non esisteva.
Non feci altre domande, né piansi. Mi sentii abbandonata e presa in giro dal destino. Io e Sonia litigavamo come sovietici e statunitensi ai tempi della Guerra Fredda, ma senza armi nucleari e spionaggio. Ci tiravamo i capelli come se volessimo renderci calve a vicenda, passando per gli schiaffi e infine arrivando a sputi, graffi o morsi. Ma eravamo anche inseparabili, a livello morboso. Sonia conosceva tutte le mie paure, le mie paturnie, tutto ciò che per me aveva significato l’essere cresciuta senza sapere chi avesse schizzato di sborra la figa di mia madre e dando dunque il La alla mia bizzarra esistenza.
E ora mi trovavo sola.
«Devi abituarti», spiegò ancora mia madre.
«Grazie al cazzo!» replicai per rimarcare l’ovvietà. «Posso stare a casa questa mattina?» chiesi.
Sorrise sadica. «Non ti farei saltare la scuola nemmeno se dal cielo piovesse merda fluorescente».
Fu una risposta piuttosto esaustiva. Decisi di prepararmi e accettare la mia nuova esistenza. E dopo qualche ora, qualche giorno, qualche settimana, mi abituai. Imparai ad apprezzare i nuovi vecchi amici, rendendomi conto delle stesse canzoni alla radio, anche se con testi leggermente differenti e degli stessi programmi in televisione. Baggio a giocava in modo meraviglioso, Senna e Prost se le davano di santa ragione, Bonolis e Manuela bisticciavano con Uan. Avevo addirittura uno stereo più grande per ascoltare i miei adorati New Kids on The Block, mentre alla radio passavano Masini. Non potevo certo lamentarmi della paghetta, il doppio della precedente.
E dopo un mese anche l’occhio guarì. Poi, il giorno prima del mio dodicesimo compleanno, mi rivenne il menarca.
Al risveglio, bestemmiai come un filosofo blasfemo alla ricezione della scomunica. «Che cazzo significhi?» affermai toccandomi il ventre, spaventata. «Chi cazzo mi ha ridotta così?»

La presenza di Masini in questo post è colpa di quest’uomo

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13 pensieri riguardo “Le dimensioni contano – parte 2

              1. Va bene, leggiamo.
                Puoi lasciarla tredicenne anche per dieci anni. Il tempo lo gestisci tu.
                Tra l’altro potresti far notare come scorre il tempo, magari facendole scrivere un diario ed arrivare al giorno 570 ancora tredicenne, che il compleanno non è arrivato ma manca poco.

                "Mi piace"

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