B(rigitte). B(ardot).

Sponge Bob in Tv, tè freddo sul tavolo, te calda sul letto. Uno scenario simile a un film con Penelope Cruz e Banderas. Ma io non sono Banderas, né tu la Cruz. Fumare tonnellate di Winston in attesa che ci venga voglia di sporcare un altro preservativo: i Pantera nelle stereo, mentre Patrick riesce a far la doccia alla lumaca. Mi guardo i dorsi unti di fancazzismo, così lisce e borghesi. Le unghie pulite di chi non mette da tempo le mani nel grasso. Tu sembri Bridgitte Bardot, anche se scopi meglio della Bulgari. Un enorme incendio estingue la sete di sapere dei cattolici, nonché il meglio del Peripato. Bob Marley tatuato sotto una frase di Vasco. T’immagini? No, non immagini, ma dormi. Sorrido e ripenso all’ipotenusa, ma solo perché le tue cosce sono cateti, e il mio angolo è retto dopo aver visto il tuo seno: battute da ingegneri. Metto in carica la macchina dei sogni. Un’enorme carrucola abusiva mi aiuta a sollevare il peso di tuttiggiorni, quello di cui parla laggente! Sorrido, penso a quel vecchio brano dei Modena… al passo un po’ rude della gente di mare. E a quel giorno di pioggia, in cui ti ho conosciuta. Al tuo primo sms, ma anche all’ultimo. Ti osservo dormire come se fossi morta. O come se fossi morto io, e vegliassi da fantasma sulla tua venerabile insofferenza. Non potrei stare con te per un solo secondo della mia vita, eppure me la prendo perché non vuoi stare con me. . Cani che mostrano i denti, messicani che cucinano piccante. Due medici di origini siciliane che canticchiano Vecchioni, mentre la canzone d’autore scivola indifferente tra i Fedez e i Rovazzi. Carcerati che osservano i figli da dietro le sbarre, fieri dell’amore incondizionato. E dall’esterno, libero eppure prigioniero, osservo il tuo nome che mi sono tatuato sul dorso dell’anima, ritoccato con ogni singolo “grazie” che mi hai dispensato nel corso degli anni. Eppure vorrei tornare all’ultima volta in cui ti ho incontrata per strada, o a poco fa, mentre ripulivi il tuo seno dalle gocce di sborra, o all’origine patologica di ogni singola nauseante ossessione che abbaglia il mio buon senso. O più semplicemente, frugherò nella tua borsa ancora una volta: hai mica un’altra Winston?

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