Occidentali’s Claudia.

C’è mestiere e mestiere. Alcuni sono gratificanti, altri umilianti. Altri ancora sono invece catartici, perché offrono sfogo fisico e psicologico. Così ti trovi a ripristinare la sensazione che sudare serva a qualcosa. Vedere la soddisfazione sul volto altrui, anche se è solo il tuo primo giorno di lavoro. L’affetto della nuova titolare, che ti chiama per nome e si preoccupa se non ceni. La necessità di non cenare, perché c’è troppo da fare. Colleghi antipatici, colleghi simpatici. Colleghi che in realtà sono amici da anni, e a cui vuoi bene. La goliardia. La complicità. La solidarietà silenziosa.
“Andiamo a berci qualcosa, che devo pisciare”.
Quelli che sanno che a quell’ora la birra non ti va, e quelli che sanno che birra bevi di solito. La meccanica del nulla che lentamente riempi. Una matassa complicata di cavi che hai cablato tu. Un meccanismo rognoso che fai però funzionare, mentre ti viene chiesto “come diavolo hai fatto?”
La tensione elettrica; un poco di autorità (che non guasta mai); una foto al panorama. Dialetti differenti che socializzano durante la pausa sigaretta: Babele di nicotina. Lo schermo dello smartphone che ti fa sorridere quando si illumina. Tre volte il Cd di Francesco Renga, che in altre situazioni odieresti. Un tizio che racconta barzellette vecchie di trent’anni, e nessuno che ride. Adulti che provano ad assecondare i bambini con Rovazzi, anche se i bimbi pretendono ormai Gabbani. Una bella ragazza, Claudia, che rinomini “Occidentali’s Claudia”.
Tutti i generatori che generano, tutti i tritatori che tritano, produttori producenti. E un sistema che crea profitto, mentre tu, con la pulsantiera in mano, ti rendi conto di non esserti ancora seduto. E la ragazza bionda che ti offre una sedia, e anche una carezza. Quindi un altro sorso d’acqua, prima dell’epilogo: “anche stavolta è andata”.
Rispondere “e perché mai?” ai tanti “credevo peggio!”
Essere l’ultimo arrivato e osservarti rassicurare i veterani.
Ricordarsi che c’è qualcosa di meraviglioso nel sentirsi esausto alle quattro del mattino, guidando un furgone con i Radiohead in sottofondo, e il sapore di una pizza fredda ancora in bocca. E c’è lei a casa, ad attenderti. Lei che “tanto ti aspetto sveglia”, ma che trovi addormentata. E il profumo di sesso mancato nelle lenzuola. La sensazione di poterla disturbare per scopare… poi quel tenero “non oggi, tesoro mio”, mentre la osservi dormire.
E casa tua, che lentamente è diventata casa vostra.

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