La rompipalle – Parte 3

In poche settimane Kori e Klaudia divennero amiche. Più precisamente, Kori adottò Klaudia come una sorella minore. La giapponese restò piuttosto sorpresa dalla vita della finnica fuori dall’ufficio. Innanzitutto la scandinava abitava ancora in albergo, e non aveva ancora disfatto i bagagli. Quando faceva la lavatrice, non riponeva i vestiti puliti nell’armadio, ma in valigia. Non sembrava essersi trasferita a Boston per restarci; sembrava invece fosse pronta a tornare a casa da un momento all’altro. La camera d’albergo che occupava era piuttosto inquietante: era vuota, e non profumava di nulla. In realtà nemmeno Klaudia aveva odore, visto che utilizzava detersivi, detergenti e deodoranti assolutamente neutri. Sembrava volesse passare inosservata. Con un po’ più di fantasia, Kori avrebbe anzi potuto ipotizzare che la finnica fosse una spia. Ma la bionda era più innocua del cadavere di un orso. A lavoro era sì prepotente e rompiscatole, ma mai per malizia. Per certi versi si rivelò anzi generosa. In ufficio imparò i vezzi dei colleghi, e alternò ai dispetti gesti piuttosto carini. A Connor, ad esempio, ogni tanto rubava una penna o rovinava un progetto; eppure ogni mattina Klaudia lo salutava porgendogli un bicchierone di caffè alle nocciole. A Max, che continuava a trattare con ostilità quando si rivolgeva a lei da latin lover, comprava un muffin almeno una volta a settimana. A Janet regalò invece dei libri di poesie e qualche Dvd di film in suomi, che tuttavia l’afro-americana, non capendo la lingua, non guardò mai. La persona a cui però Klaudia prestava maggior attenzione era Kori. Non iniziava infatti giorno senza che la finnica spedisse alla collega asiatica un sms al risveglio. Il problema della bionda erano le liturgie: non usava mai “buon giorno”, “ben svegliata” o frasi simili. Dava più che altro notizie della sua mattinata, senza filtrarsi, del genere “sto per fare la cacca” o “non trovo il bagnoschiuma” o “i vicini di stanza stanno già scopando”; queste e altre stronzate, così pure e ingenue, facevano sorridere la giapponese. E alla fine Kori concluse che probabilmente la finnica avesse bisogno di un punto d’appoggio e di qualcuno che si prendesse cura di lei.
«Devi trasferirti da me», le disse così un giorno. «Dormi poco, mangi male, e sembra che vuoi ucciderti da un momento all’altro», spiegò quasi brutalmente. «Ho una stanza libera a casa, ci starai comoda».
Ma Klaudia scosse il capo. «No!» e riprese a lavorare.
«Non te lo sto chiedendo», insistette Kori. Ma la finnica non le prestò attenzione.
«Senti, tesoro», continuò la giapponese severamente, poggiando la mancina sulla spalla della bionda. «Tu vieni a stare da me, e la pianti di vivere come una psicopatica, ok?»
«Non mi toccare», ordinò però Klaudia sollevando lo sguardo.
Kori lasciò stare, ma temporaneamente. Cercò di ovviare parzialmente il problema coinvolgendo la finlandese nella propria vita privata. La invitò a visitare i musei, le chiese di iscriversi con lei in palestra, e la invitò spesso fuori a cena. Klaudia la assecondava, ma sempre in modo piuttosto bizzarro. Nei musei, ad esempio, non si concentrava mai sulle opere; fissava invece i visitatori, studiandone i capricci, i vezzi, i difetti. In palestra passava venti minuti a prepararsi e scegliere con cura la playlist sull’ipod; però si stancava del tapis roulant dopo pochi “metri”, e ugualmente della cyclette. A cena poi era davvero insopportabile: ordinava un’insalata al fast-food o, viceversa, la bistecca nell’insalateria; si lamentava per il colore dei tovaglioli o la forma dei bicchieri; pretendeva pietanze assurde come la carne di renna, o zuppe scandinave dal nome impronunciabile. Ma più di ogni altra cosa, Klaudia non era mai di compagnia. Rispondeva alle domande solo per monosillabi. Se le si raccontava qualcosa, restava ferma ad osservare e annuire, senza però commentare. Kori aveva spesso l’impressione che la finnica nemmeno la capisse: sbagliava!
Tuttavia un giorno tornò alla carica. Erano in Post Office Square, sdraiate nel prato a fotografare una ghiandaia insolitamente domestica. Klaudia sembrava piuttosto incuriosita dal volatile, ed era insolito osservarla concentrata su qualcosa che non fosse il suo lavoro, o frantumare i coglioni a Connor. E Kori, in una maniera molto spontanea e imprevedibile, le fece una domanda che le rimbalzava dentro da settimane: «perché sei sempre sola?»
La finnica sollevò le spalle, cercando di prestare alla nipponica parte della propria attenzione, in quel momento quasi completamente condensata sull’uccello. «È complicato», chiosò.
«Provaci», la spronò Kori con affetto.
Klaudia sorrise perplessa, imbarazzata. «Aspetto qualcuno», confidò timidamente.
«E questo qualcuno ha intenzione di raggiungerti?» insistette la giapponese.
Ma la finnica non rispose, anche se una lacrima le solcò lo zigomo sinistro.
«Ho fame», cambiò allora argomento Kori, imbarazzata e mortificata. La giapponese offrì la propria mano alla bionda. Klaudia rifiutò il gesto d’affetto della collega, ma la seguì al chiosco degli hot dog, dove prese il sushi.

La rompipalle – Parte 1

La rompipalle – Parte 2

 

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10 pensieri riguardo “La rompipalle – Parte 3

    1. In realtà Klaudia è un PG che usavo in un gdr. La sto solo rielaborando. Ora comincerà a maturare lentamente.
      Ha indubbiamente personalità e, dopo Nancy, la mia adorata Nancy, è il mio personaggio preferito. Lentamente svilupperò anche Connor e vi affezionerete anche a lui. E poi c’è Boston. La mia amata Boston 😀

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