American Crime Story – OJ

Approfittando della replica su Rai4, mi sono riguardato il Caso OJ Simpson della serie Tv statunitense American Crime Story.
In sintesi: in 10 puntate viene mostrata la cronistoria, più o meno romanzata, di quello che all’epoca venne considerato il caso giudiziario del secolo.

Senza entrare nel merito specifico del caso Simpson, ho trovato molto bizzarro il taglio conferito alle parti in causa. Da un lato si mostra una Los Angeles fortemente piagata dalle tensioni razziali, sostenuta da un establishment cieco sugli abusi della polizia “bianca” sui cittadini afroamericani. Dall’altro lato però, emerge una fumosa e tendenziosa rappresentazioni umana delle due fazioni.

Per intenderci. L’accusa di Simpson (l’accoppiata Clark/Darren) è mostrata come un duo dai sentimenti candidi e dalle azioni spesso ingenue e quasi irresponsabili. La Clark appare come una madre preoccupata, femminista, antirazzista e soprattutto vittima delle prevaricazioni dovute al maschilismo latente nei piani alti del palazzo di giustizia di L.A. Ok!!!
Darren è invece dipinto come una sorta di Martin Luther King post litteram, un afro-americano che conosce dall’interno il marciume del sistema. Tutto questo ordito dalla fragilità femminile della Clark e le stucchevoli (e sovrabbondanti) massime filosofiche recitate con onniscienza da Darren.

Passiamo all’accusa. Prima di Simpson, Johnnie Cochran era noto soprattutto per essere specializzato nella difesa di afro-americani vittime di abusi da parti della polizia. Nella telefilm tuttavia, si dipinge un Cochran pronto a tutto per scagionare OJ, in un’iperbole di comportamenti, in particolare al cospetto di Darren, in cui la “verità” sembra messa ampiamente in secondo piano. Soprattutto si crea l’immagine di un Cochran fondamentalmente provocatore e agitatore di masse.
Robert Shapiro è rappresentato come un opportunista del foro, un patteggiatore cronico, un egocentrico presuntuoso (esattamente come accade per Cochran) che mira soprattutto a difendere la propria reputazione più che a scagionare un cliente. Ancor peggio per Lee Bayley, mostrato come il classico avvocato bianco specializzato in colpi ad effetto, con uno strano alone di presunto razzismo tracciato qui e la dagli sceneggiatori.
L’unico che salvano è Robert Kardashian, dipinto come un buon padre che legge la bibbia e che va d’accordo con la ex moglie. Robert Kardashian è noto per aver spesso confessato di non aver creduto all’innocenza di Simpson.

Quindi. La difesa è profondamente umanizzata, con la Clark e Darren dipinti assolutamente come i buoni (sfido chiunque a trovare una sola scena in cui i due sembrano effettivamente maliziosi). La difesa è invece un aspro clan di avvocati che farebbe l’impossibile per scagionare un cliente ricco.

Tutta la serie grida un “OJ ERA COLPEVOLE” in Capslock, con la questione razziale dipinta assolutamente come un diversivo estraneo ai fatti. Frega cazzi se Mark Furhman ammette di aver inquinato le prove, noi a fine serie vediamo Darren piangere e Cochran festeggiare. E ai nostri occhi, quello onesto appare Darren.

Nella realtà?

Non so se Simpson fosse o meno colpevole. So che la condanna civile è arrivata da una giuria completamente bianca. E so che manca l’arma del delitto, che è un gran bel motivo per farti venire dubbio. Così come so che ci sia stato un reo-confesso.
Comunque.
Non metto in dubbio che Robert Kardashian fosse un buon padre, Cochran un esibizionista o Shapiro uno stronzo; per carità, magari è stato davvero così.

Però alcune domande me la faccio:

Perché la difesa viene mostrata più umana dell’accusa?
Perché chi è parte di un sistema razzista e corrotto (la Clark) è descritta come una buona madre senza reali difetti, mentre chi questo sistema lo combatte (Cochran) è dipinto come un sessista provocatore?
Che bisogno c’era del confronto privato tra Darren e Cochran, in cui il primo (più giovane e parte della difesa) da una lezione di vita all’altro? È tendenzioso no?

Simpson ci viene descritto sempre come colpevole, soprattutto in carcere. E magari lo era davvero. Ma dubito che Marsha Clark fosse una santa, visto che lavorava per un’istituzione che di Mark Furhman ne aveva un esercito.

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