Braccio VI

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(immagine presa dal web)

La cena è il momento più importante della giornata: godiamocelo. È quel momento in cui riuscite a ficcare qualcosa in bocca a vostra moglie e farla tacere. Il matrimonio è una una sorta di commedia picaresca che apprezziamo fino al momento in cui non ci viene la folle idea di organizzarne uno. Quando qualcuno usa troppo spesso la parola “amore”, ho l’impressione che cerchi soprattutto di catechizzare se stesso. E il matrimonio è questo: due persone insicure che si catechizzano in un modo molto costoso e sfiancante. Per questo a un certo punto ti ritrovi con un coltello sanguinante in mano e il cadavere di tua moglie riverso sul tappeto. Poco male però: quel tappeto lo odiavo.

«Hai capito le regole?»
«Ho due lauree».
«Ripetilo quando sarai in doccia, e ti farai tanti amici. E ora muoviti testa di cazzo».

Il primo giorno in prigione è come il primo giorno di scuola: ti senti in trappola, piangi, vuoi la mamma e sei circondato da persone che non conosci e che non aspiri a conoscere. Qui al Braccio 6, ora, la vita di tutti i giorni non è definibile nemmeno “vita”. La reclusione è il risultato di tante scelta di merda, ma la libertà non è molto diversa. Stare in carcere è come stare in ufficio: qualcuno lavora tanto e tace, qualche altro, al contrario, si lamenta tanto ma lavora poco; in oltre, come in ufficio, lo scopo del gioco è mettersela in culo a vicenda. Lo so, quest’ultima era scontata.

«Non fischiettare».
«Perdonami camerata».
«Chiamami Jack».
«Ma ti chiami Andrea…»
«Sì, ma “Jack” fa molto Sit-Com sulla vita in carcere».
«I protagonisti delle Sit-Com non si prendono i funghi in doccia».

Andrea è del mio paese. Ci conosciamo da quando lui era un adolescente bugiardo e io un bambino credulone: mi aveva convinto che lavorasse alla Nasa. Beh, comunque gli è andata meglio che a me. Mi sorride. Sorrido anche io in realtà. Sono di buon umore sinceramente, perché nonostante tutto mi sto affezionando a questo branco di infidi bastardi sodomiti. Il guaio dell’ambientarsi in carcere è che nessuno dei tuoi familiari lo apprezza. Del resto avete mai sentito una madre orgogliosa del proprio figliolo che si è integrato benissimo in mezzo agli altri assassini?

«A chi scrivi?»
«A mia moglie».
«Tua moglie è morta!»
«I suoi parenti no: e dato che non la riceve lei, la recapitano a loro».
«Sei uno stronzo».
«Beh! Non è che sono in galera per aver rubato una confezione di pile al supermercato».

Molti carcerati passano metà del loro tempo a pianificare una vita che una volta fuori dalle sbarre non vivranno mai. Il brutto di noi assassini è la consapevolezza: il pentimento non è un sentimento, ma un’attenuante. Fuori dal carcere continuerei ad uccidere, ne sono certo, ne sono certo perché da quando sono qui dentro mi sono pentito di tutto fuorché di aver fatto secca quella troia. Ah, giusto. Non vi ho detto perché l’ho uccisa.

Era l’ora di cena. Lei aveva fatto i bastoncini di pesce e i fagiolini al vapore. Io odio i fagiolini. Non è che sono uno psicopatico e commetto un uxoricidio per via delle verdure al vapore; sono uno psicopatico che usa il pretesto dei fagiolini per evitare un costoso divorzio. Quella puttana, infatti, aveva scoperto che le mettessi le corna. Non so se mi seguite, ma io odio gli avvocati. E poi ci va tempo per un processo. Credo di averla uccisa soprattutto per pigrizia, perché non avevo voglia di accollarmi tutte quelle lettere e udienze eccetera eccetera. Alla fine ho sollevato anche lei da un peso, non deve vivere con la vergogna del tradimento nel cuore. E qui, come già detto, mi sono ambientato bene. Ma sapete il colmo di tutta questa vicenda? Oggi è giovedì, e per cena ci servono i fagiolini bolliti.

A proposito, qui dentro si fa sesso, anche se siamo solo uomini e anche se non ci va di farlo.

Generazione Napster

La vicenda di Napster ricorda la trama di un action movie di fantascienza, in una strana lotta tra il Davide del peer-to-peer e il Golia delle major. C’erano dentro tutti gli elementi più avvincenti: la guerra alle oligarchie, la censura, i cavalier serventi. In fondo Napster non ha fatto nulla di nuovo e, per come era concepita la piattaforma, nulla di illegale. Ha solo sollevato un polverone su presunte violazioni del copyright.
Violazione dei copyright! Ma è stata davvero questo il problema? Da anni si vendevano i masterizzatori e i CD vergine, per non parlare poi della audiocassette: che uso credevano se ne facesse prima di Napster? Del resto se vuoi proteggere i copyright non lasci creare generazioni su generazioni di tecnologia che permetta a qualsiasi imbecille di clonarsi un disco schiacciando due pulsanti. A meno che non esista una fetta di mercato che per decenni ti ha portato ingenti profitti anche grazie alla pirateria musicale. In fondo grazie a Napster, l’establishment dell’industria discografica, che per anni aveva taciuto su impianti stereo che ti permettono di doppiare venti volte lo stesso Lp, arrivò a un’importante conclusione: internet è uno strumento sottovalutato. E con “internet” non si intendeva il groviglio di cavi e server che mettevano milioni di utenti in contatto, ma l’utenza stessa, cioè quell’esercito di piccoli bastardi che da dietro la tastiera si erano rivelati molto più intelligenti e organizzati di quanto il mondo esterno fosse pronto ad ammettere. Quello che sembrava un giocattolo per sfigati improvvisamente si rivelò un’occasione commerciale che pochissimi avevano saputo cogliere. E mentre la grandi major erano ancora impegnate a scoprire il vapore, Shawn Fanning e Sean Parker mandavano l’uomo sulla Luna.

Ovviamente si cercò la strada più stupida per contrastare il fenomeno. Si fece la guerra a un sistema che non era circoscritto a poche persone e che di fatto era diventato un modello vincente e imitato in altri frangenti. Nessuno capiva che la demolizione di una grande comunità, esattamente quanto la creazione, richiedesse più fatica di quanto sembrasse. Le major, per poter soffocare l’utenza, dovevano iniziare a rendere quel mondo meno interessante, invece la condivisione cresceva ancora più florida che in precedenza. Vennero istituite tante nuove regole relative al web ma l’accesso era ancora libero: non avevano recintato il giardino proibito, ci avevano solo messo un cartello di divieto d’accesso che nessuno considerava.

È come nel pugilato, puoi vincere ai punti o per k.o.: ma quindici riprese, antropologicamente parlando, potrebbero corrispondere ad almeno due decadi. E infatti, dopo Napster, abbiamo vissuto un lustro abbondante in compagnia di Emule, con utenti che condividevano e scaricavano interi Terabyte di contenuti protetti da copyright. Il peer to peer ha perso vigore solo grazie a Youtube, cioè solo quando si è capito che su internet ci fossero ormai miliardi di utenti. A quel punto si è tornati a un modello noto a tutti, cioè quello televisivo, dove da oltre mezzo secolo i contenuti coperti da copyright vengono trasmessi gratuitamente e a spese del network, ripagati però dagli inserimenti pubblicitari. La guerra di Napster in fondo è stata combattuta da due fazioni: una voleva continuare a imporre il proprio prezzo; l’altra voleva decidere se pagare o meno. L’armistizio è razionalizzato dalle piattaforme disponibili sia in versione Free che Premium. E Napster è infine tornato travestito da Spotify.