Mi avete rotto il cazzo – Traccia 3

I Lunapop suonarono bene, credo. Dico “credo” perché non ricordo un solo frammento del concerto e anzi, ad essere sincero, vicini al palco non ci arrivammo mai. Ci fermammo prima, molto prima, in un appartamento in cui abitavano alcuni nostri compaesani che frequentavano, si fa per dire, l’università. Non ero gradito, ma erano cugini e amici di Y e decisero di tollerarmi. Passammo la notte a bere birra, bere vino e bere superalcolici; se l’acqua santa fosse stata alcolica, avremmo bevuto anche quella. Ci stordimmo, nel senso che ci ubriacammo come marinai in licenza, con tanto di countdown all’una del mattino e parecchie capatine per strada a vomitare. Ci esibimmo in qualsiasi comportamento potesse essere definito come molesto. Ci congedammo verso le tre e un quarto, quando i vicini di casa, dopo reiterate minacce di chiamare i Carabinieri, ci aggredirono, ci immobilizzarono e ci chiusero fuori dal palazzo. Parlo al plurale, ma, in realtà, quello rumoroso ero soprattutto io. Solo io in realtà. Era comunque giunta l’ora di andarcene: alle 4 la madre di Y sarebbe passata a prelevarci. L’appuntamento era sul Colle di San Lorenzo, davanti al vecchio carcere. La prigione di Cagliari era intitolata a Nostra Signora del Buoncammino. Lezione uno sui sardi: Dio piace poco, preferiscono la Madonna; credo ciò abbia a che fare con la nostra cultura fondamentalmente matriarcale, soprattutto in Barbagia. Santi a parte, la caratteristica del carcere di Buoncammino era il suo grado di efficacia: in 120 anni di attività, nessun detenuto è mai riuscito ad evadere; una statistica, se ci pensiamo, degna di Alcatraz.
«Tua madre è in ritardo».
«Hai da fare domani mattina?»
«Sì», sorrisi, «chiavarmi tua madre mentre tu dormi».
«E allora non fate troppo rumore», concluse, «almeno a Capodanno vorrei dormire fino a tardi».
Di Y ricordo fondamentalmente tre cose: si lavava i denti nel bidèt; aveva senso dell’umorismo; non riusciva mai a svegliarsi più tardi delle otto, nemmeno la domenica. Quando qualcuno gli chiedeva che piani avesse per il futuro, lui ripeteva che avesse intenzione di svegliarsi tardi, almeno di domenica. Io, al contrario, per la fine del liceo avevo in programma di sposarmi con Daniela. Il problema era che lei nemmeno conosceva il mio nome. In realtà nemmeno mi salutava e anzi, in cinque anni di liceo credo non mi avesse mai visto in giro per la scuola, se non due o tre volte. Non ero esattamente una persona popolare. Inizialmente avevo fatto fatica ad inserirmi, ma con il tempo ci avevo proprio rinunciato. Ero antipatico e permaloso, ma se fossi stato bravo a giocare pallone mi sarei comunque fatto degli amici. Non lo ero però, ero un pessimo giocatore di calcio e, ancora peggio, un pessimo amico. In poche parole, a scuola, me ne stavo principalmente per conto mio e questo aspetto sembrava non disturbare nessuno, me compreso.
«Eccomi», disse sua madre, arrivando all’alba, «scusate il ritardo».
«Si figuri signora», replicai in modo educato.
Y non disse nulla, si mise sul sedile posteriore, calò il cappuccio sulla testa, si rannicchiò in posizione fetale e si addormentò sulle note di Such a Shame. Immaginate un Opel Corsa viola; immaginate una quarantacinquenne, alla guida, che osserva assonnata la strada; immaginate un quasi ventenne, seduto davanti, che si gode il paesaggio nonostante la faccia post-sbornia; immaginate un altro quasi ventenne, dietro, che finge di dormire. Eravamo in silenzio nonostante la radio accesa, il volume della musica era tanto basso che potevo percepire il rumore del rotolamento degli pneumatici sulla strada: strana la vita, quando facevo io il liceo, dovevi chiamarli “gli pneumatici”, oggi se usi “i pneumatici” nessuno ti sgrida. Ero infastidito, ero infastidito dal sapore di vomito in bocca, nonché da quello dell’alcol; senza scordare la sonnolenza e la stanchezza fisiologica. Giunse l’alba, era splendida ma non me la godetti: avevo voglia di pisciare dieci minuti dopo la partenza, anche se non ebbi il coraggio di dirlo. Iniziava così il 2001, almeno per me: pensai al diploma che sarebbe arrivato a fine anno, a Y che partiva militare, all’università. Mi sembrava di poter prevedere il futuro ma mi sbagliavo: ci sarebbero stati il G8 a Genova e il 9/11 a NYC, due eventi di una portata mediatica troppo notevole e singolare per poter essere previsti con semplicità. Eppure il mondo, che ci piacesse o meno, aveva vissuto il suo anno zero soprattutto nel 2000: Napster aveva creato un nuovo concetto di network, dove i contenuti vengono offerti direttamente dall’utenza. Inoltre il 14 Settembre era cominciato il Grande Fratello e gli italiani avevano riscoperto la clava. Con i reality stavamo affermando non un presunto voyeurismo comune, ma un’innata passione per la cattività. Citando gli Smashing Pumpkins, nonostante la nostra rabbia, eravamo topi in gabbia.

«Può fermarsi?», chiesi quando mancavano meno di venti chilometri a destinazione: la mia vescica stava per cedere. La stavo trattenendo da oltre 100 km.
Non so cosa accadde nei pochi minuti in cui lasciai auto, non so di cosa si parlò, ma quando rientrai qualcosa era cambiato: la madre di Y aveva perso il sorriso, mentre il figlio era sveglio e guardava un punto imprecisato all’esterno del finestrino. Qualsiasi persona sana di mente, al mio posto, sarebbe scesa e si sarebbe fatta i restanti venti chilometri a piedi e sotto il gelo. Due erano gli argomenti tabù con la madre di Y: il padre di Y, e il futuro di Y. Signora Laura non era una di quelle madri divorziate che passano il tempo a raccontare come sia riuscita a crescere un figlio da sola; né era di quella avvezze a spalare merda sulla virilità e/o fedeltà dell’ex compagno; al contrario insisteva che non si parlasse mai male, o a sproposito, del padre del figlio. La questione legata al futuro di Y era invece più insidiosa: la madre era pronta a qualche sacrificio per mandarlo all’università, ma il figlio non era della stessa idea. La loro era la storia di una piccola famiglia che improvvisamente si era trovata indebitata: ergo, a problema risolto, avevano conservato un retaggio pessimista relativamente alle questioni economiche. I debiti in fondo sono come i denti, più sono profondi e più si fa fatica a dimenticarli.
«Dormi da noi?», mi chiese lei.
A questo avrei dovuto rispondere “no grazie, è giusto voi stiate soli e discutiate di qualsiasi cosa abbiate da discutere senza che ci sia io tra i coglioni ad inibirvi”. È altrettanto vero che da piccolo avrei potuto prendere lezioni di karate e imparare a difendermi: ma non è successo, così come non successe che lasciassi la giusta privacy a Y e madre. Così, una volta a casa, la madre era nervosa e Y lo era ancora di più. Ci chiudemmo in stanza e io, un poco per l’ora e un poco per abitudine, mi dispensai dal chiedere spiegazioni: il mio corpo sprizzava gioia di vivere come il cubetto del rottame di un’auto. Mi buttai sul materasso e nemmeno diedi la buonanotte. Mi stavo addormentando quando Y aprì bocca. Non parlò perché quel che aveva da dire lo covava dentro tempo, assolutamente, parlò perché era incazzato con la madre e voleva scaricare la frustrazione su di me. Lo fece per ferirmi deliberatamente? Credo di sì.
«Vorrei addormentarmi», iniziò, «pensando ai posti dove non voglio andare, alle persone che non voglio incontrare e alle cose che non voglio più fare».
«Poi chiudi gli occhi e vai a dormire?» chiesi. Stava parafrasando la prima strofa di Green Corn e io gli ero semplicemente andato dietro. Sarebbe finita così se lui non avesse aggiunto quel che stava per aggiungere: era un’accusa, una terribile accusa.

Continua

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