L’altra bionda succhiava meglio. (pt.3)

«Dipingi?»
«Capita».
«Cosa dipingi?»
«Una caffettiera».
«Wow, che idea “originale”», ironizzi baciandomi una spalla. Viviamo un attimo di tenerezza, attimo di tenerezza che sparisce non appena mi afferri il cazzo con la dritta. Sei arguta, hai capito che mi piaccia, mentre mi masturbi, sentire la spinta del tuo seno sulla schiena. E certo, forse dovrei descriverti in modo più poetico, perché la poesia è arte, perché la pittura è arte. Eppure faccio fatica a definire artistiche le mie opere, forse perché il primo aggettivo che mi viene in mente è ossessive. Non mi sento un artista, mi autodefinisco un ossessivo che dipinge, e credo che chiunque, conoscendomi, la penserebbe alla stessa maniera.

«Dipingi solo caffettiere».

Sì, dipingo solo caffettiere.
Nella mia esistenza ho creato duecentoventisette caffettiere rosse, alcune dipinte su tela, altre stampate su compensato. Ho creato duecentoventisette maledettissime caffettiere scarlatte, duecentoventisette caffettiere rigorosamente simili e contemporaneamente distinte l’una dalle altre.
Dipingere il medesimo soggetto mi aiuta a distinguere, in maniera inequivocabile, l’evoluzione della mia ispirazione nel corso del tempo. Posso usare sempre gli stessi colori o gli stessi pennelli, ma il mio tratto cambia. Il tratto cambia perché dietro ogni singola linea, e dietro ogni singolo passaggio, si cela una vibrazione interiore, una vibrazione interiore che altera i processi neurologici che regolano l’impulso alla pittura.
No, non esiste, non è esistita, né esisterà mai alcuna mostra. Alcuni quadri sono stati incorniciati e appesi nel mio salotto, tutti gli altri sono chiusi in cantina, a tener compagnia a topi, umidità e ormai desuete riviste erotiche. Esistono tanti modi per alimentare la follia, ma io ho scelto quello più affascinante, riverberandolo in un gioco edonista di autocompiacimento. L’ossessione è scegliere di concentrare la follia su un solo soggetto.

«Sei duro».

Sei appagante, mia dolcissima sconosciuta bionda, sei appagante anche se l’altra bionda succhiava meglio. Sei appagante ma non sei la prima ad appagarmi, come non sei la prima che mi vede dipingere, né la prima ad eccitarsi mentre mi osserva dipingere, né la prima a masturbarmi fino a farmi sborrare sulla tela.
Sai, la bionda toscana adorava le mie caffettiere, adorava osservarmi dipingere e, soprattutto, adorava “partecipare”. Una volta insistette che il mio cazzo dovesse essere un pennello, quindi me lo stuzzicò in continuazione purché restasse duro fino alla fine dell’opera. Quella volta la caffettiera venne male, ma io, al contrario, venni alla grande. Capitò che me lo succhiasse mentre dipingevo, così come capitò che mi sfiorasse lo scroto con i piedi, sperando, che interrompessi e mi dedicassi a lei. Infine, non lo scorderò mai, una notte si spogliò e mi chiese di dipingerle la caffettiera sopra la schiena: fu la volta più divertente, anche se ci rimisi una costosa trapunta.

«Sei unica», mento, mento perché sto per sborrare sulla tela, mento perché non sei unica, mento perché non sto pensando a te.

La ragazza toscana aveva uno strano potere su di me.
Quando mi segava o quando mi succhiava, mi faceva stare bene quanto chiunque in precedenza, ma, a differenza di altre volte, pensavo a lei e non ad altre donne. Per questo motivo solo lei mi ha visto dipingere più di un singolo quadro; per questo motivo le sue fotografie sono appese al mio armadio; per questo motivo utilizzo giornalmente la stessa caffettiera con cui le profanai due volte la vagina. No, non c’è più il suo sapore sul filtro in acciaio, ma non mi interessa, mi basta ricordare che sia stato nella sua fessa. Già, lo uso giornalmente per farmi un caffè, un delizioso e ossessivo caffè.

«Perché una caffettiera?» mi chiedi mentre ti ripulisci le dita con una salvietta umida e non le labbra.
«Perché apparteneva alla ragazza…» concludo, «perché apparteneva alla ragazza con i capelli viola».

La caffettiera rossa è come il cappello verde, è rimasta qui perché la bionda toscana, che come ho già detto è una bionda umbra che vive da qualche parte nel Nord-Ovest, mi ha invitato a non buttare via nulla che appartenesse alla donna con i capelli viola.
Quando ho conosciuto la bionda toscana, sulle ante del mio armadio non c’era spazio per appenderci le foto, non c’era spazio perché era occupato da un dipinto, un dipinto particolare. Era la mia unica caffettiera nera, l’unica che non dipinsi rossa, per questo la Bionda toscana se la portò via. La bionda toscana è l’unica donna ad essersi presa un mio quadro, anche perché, la vista di quel quadro, mi ricorderebbe quanto fosse perverso il sesso assieme.

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