If I Should Fall From Grace With God

Era come se ci spogliassimo dai compagni di viaggio: non eravamo destinati ad amplificare i luoghi comuni sugli italiani dispersi a Londra, o a sciorinare un english scolastico dalla pronuncia forzata e improbabile. Dovevamo andare più Nord, in un’altra isola. Capivi la differenza quando i cartelli stradali erano scritti in gaelico. Eri lontano dal resto del mondo civilizzato e probabilmente da quell’universo estero che immaginavi. Ti stavi avventurando in una terra abbastanza radicata alle proprie origini da ricordarti la tua. Letterkenny stava li, con il suo clima freddo e i tanti passanti che sembravano usciti da un video dei Pogues. Era un luogo fatato, con quell’atmosfera da cittadina nata per caso in mezzo ai villaggi dispersi in the middle of nowhere. Era proprio in un villaggio che ci attendevano, non troppo distanti forse, ma abbastanza isolati, con un ponte romano a fare da unica attrazione. Non capii subito se e chi tra i coinquilini si fottesse mia cognata. Fu la sorella a illuminarmi, mentre un francese o belga chiacchierava con uno slang irritante.

Il mattino dopo mi svegliai sul divano-letto della sala, tutto puzzava di fumo, Mark compreso che mi guardava seduto su una sedia. Mi fece cenno di seguirlo, lo assecondai e mi trovai all’aperto, ancora al freddo, con un tipo che sembrava uno squatter vestito da squatter che parlava una lingua sempre diversa le poche volte che apriva bocca. Tornammo a Letterkenny, in quello che doveva essere un deposito abbandonato ma in cui tra sacchi a pelo e banchetti si sprecavano gli skinhead. Chiesi se fosse la sede di una firm ma non ottenni risposta. Mi offrirono una birra che rifiutai: erano le 8 del mattino, forse nemmeno. Mark li chiamava “Friends of mine” ma, dal mio punto di vista, non avevano facce esattamente friendly. No, con loro non parlavo questo mix di italiano e termini anglofoni che sto usando con voi ora, anzi, non parlavo proprio. Semplicemente mi sentivo nei guai, perché tra teste rasate e tatuaggi l’impressione era quella di trovarmi in una qualche sede dell’I.R.A.
Mark comunque adorava bere gratis. Uno dei suoi presunti amici parlava un poco di italiano: mi disse di aver lavorato sulle navi tra Newcastle e Genova e alla fine scoprii avesse avuto a che fare con i Grifoni. Per un attimo gli Holligans mi spaventavano meno di qualsiasi altra cosa. Poi vi fu ancora il silenzio e tu fissavano tutti, non eravamo graditi nemmeno per un cazzo. Mark sembrava non averlo capito o forse non gli importava. Chiese da mangiare e lo ottenne. Chiesi se potessi fare un offerta o qualcosa del genere, ma il tipo che parlava italiano mi disse di lasciar stare, che fossero abituati ai tipi come lui.
«Se giri con Mark rischi una coltellata, Beware! Torna a casa».
Ok, beware!
Obbedii, perché sinceramente tra le tradizioni del Donegal la coltellata era l’ultima che mi attraeva. Mi congedai da Mark, che protestò.
Mi trovai per strada, ma dopo un quarto d’ora, anche meno, non sapevo come tornare a casa: mi ero perso. Avrei chiesto informazioni, ma parlavo un pessimo inglese e con il gaelico stavo a zero.
Camminai finché non trovai un ristorante e speravo qualcuno mi capisse, ma era un covo di tedeschi, peggio che andar di notte.
Alla fine mi aiutò una ragazza spagnola: disse di essere stata a Verona anche se io capii Ravenna. Mi indicò dove comprare i biglietti per il Bus per tornare al villaggio.
A casa mi aspettava una lavata di capo, mi dissero di non seguire più Mark, che fosse pericoloso e via discorrendo; come se fosse colpa mia. Certo, avrebbero potuto avvertirmi la sera prima, per esempio, ma questa é un’altra storia.

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