Firstime In Boston – Rock And Roll

Sedeva al proprio tavolo. Sorseggiava bourbon, bourbon vero, di quello secco che, quando non hai una brutta storia da dimenticare , non riesci a mandare giù. Aveva occhi grandi e un modo convulso di guardarsi attorno. Sembrava inquietato da qualcuno o qualcosa. Forse aveva dei debiti, forse era in bolletta o, più semplicemente, il suo era un modo singolare di farsi i cazzi propri.

Lo avevo riconosciuto: sapevo chi fosse e non so se gli fece piacere, però non finse di essere qualcun altro.

Non volevo un autografo, tanto lo avrei perduto o nascosto chissà dove. Volevo parlargli, e raccontare quanto i suoi riff mi avessero allietato e alienato molte giornate. In fondo la sua chitarra mi aveva aperto la mente alle sfumature british del rock più romantico. Sorrise con sufficienza. Mi disse di essere fuori dal giro, di non avere più ascoltato i dischi e di sentirsi disturbato quando uno dei suoi brani veniva passato in TV come sottofondo. Al contrario non gli dispiaceva parlare di musica, e finito il bourbon definì “rock and roll” solo ciò che fuoriusciva dalla Telecaster.

«Il vero gain», disse, «non lo ottieni da un fuzz, ma dai polpastrelli»

Su questa perla si accese una sigaretta. Lo fece con un’eleganza disarmante, quasi efebica, metasessuale. Poi mi raccontò dei primi live e dei primissimi adepti ovattati dalle droghe che seguivano la band. Raccontò di come non fosse cambiato nulla secondo, le guerre c’erano ancora, come il razzismo e l’iniquità sociale. Era disilluso e borderline, e lo era soprattutto per le occhiaie, per le movenze raffinate. Si esprimeva con l’elegante tono disincantato di chi aveva consapevolmente scritto pagine importanti nella storia del Brit Pop. Aveva un modo frettoloso e impaziente di parlare e muovere le mani, e usava un’eccessiva violenza nell’etichettare il suo passato come “dead“. Sembrava che immortali ci fossero solo quei riff di cui nonostante tutto parlava ancora volentieri.

Gli pagai un altro bourbon e mi congedai. Lui mi disse che la sera dopo avrebbe suonato assieme ad alcuni amici in un pub poco distante. Io avevo il biglietto per casa già fatto e dunque me lo sarei perso. Ma forse è stato meglio così: ho corso il rischio di assistere al teatrino di un nuovo palloso percorso acustico, o peggio ancora folk, di chi un tempo, con discreto successo, ha dato un sound all’eroina e all’esasperazione giovanile. In fondo mi ero trovato al cospetto a una forma glam di vivere la tarda adolescenza.

Morì sei mesi dopo.

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